Presentato l’anno scorso al Festival di San Sebastian in Spagna (proprio dove si svolge anche l’azione del film), il nuovo film di Woody Allen è ora visibile in Italia ma non negli Stati Uniti, dove le polemiche sulle presunte violenze a danno della figlia hanno causato l’ostracismo sulla distribuzione dei suoi film.

A Wallace Shawn, uno dei più anziani e brillanti caratteristi americani, il compito di rendere ancora una volta le nevrosi e le idiosincrasie di Allen, impersonando Mort Rifkin, anziano regista che decide di accompagnare la moglie (Gina Gershon) al Festival del Cinema di San Sebastian. Prima di questo film, Shawn ha lavorato con Allen in numerosi altri titoli, da Manhattan del 1979 a Melinda e Melinda del 2004, ma è la prima volta che l’attore incarna l’alter ego di Allen, ben identificabile fin dalla prima scena nella quale si confida col suo analista. Mort ricorda come abbia deciso di interrompere il romanzo che sta scrivendo per seguire la moglie, che sospetta si sia innamorata del giovane regista per cui lavora. Appena Shawn inizia a parlare, Rifkin’s Festival diventa un film su di un uomo pieno di timori riguardanti la sua professione, l’amore, i dubbi esistenziali e le preoccupazioni sulla fedeltà coniugale (per non parlare poi di tutto quello legato al suo essere ebreo). Dallo studio dell’analista inizia il flashback, narrato dallo stesso protagonista, riguardo la sua permanenza a San Sebastian, passata per la maggior parte a cercare la conferma alle sue ossessioni.

Nonostante queste cose siano viste e riviste in ogni film di Allen, l’interpretazione di Shawn è assolutamente degna di nota, e Shawn dimostra di essere un miglior alias di Allen di molti suoi colleghi in altri film (qualcuno ricorda John Cusack in Pallottole su Broadway o Jason Biggs in Anything Else?). Dal canto suo, Anche Gina Gershon dà bella prova di sé, mettendo charme ed eleganza nel ruolo della moglie Sue, caricando il suo personaggio di una comica ambiguità in ogni scambio verbale col marito e non nascondendo la fascinazione che prova nei confronti del giovane Philippe (interpretato da Louis Garrel), presuntuoso regista di un film pacifista (ironia: Garrel nella realtà è figlio del regista francese Philippe Garrel).

Ma è nelle riflessioni di Mort che ritroviamo l’amarezza e il disincanto tipici di Allen, a partire dalla constatazione «I festival di cinema non son più quelli di una volta»; per poi trasferire il suo disprezzo nei confronti della contemporaneità in una serie di sogni e immaginazioni in bianco e nero, che trasportano i suoi problemi coniugali in famose scene di film classici, da Quarto potere a 8 e ½, da Persona a Jules e Jim, fino a una comicissima parodia della partita a scacchi de Il settimo sigillo, con Christoph Waltz nel ruolo della Morte che si dilunga in consigli dietetici per vivere più a lungo (e quanto la fotografia di un grande come Vittorio Storaro dia lustro a questi inserti, si può facilmente immaginare).

Il problema è che queste felici divagazioni non sono rette da una storia abbastanza solida. Mort va farsi visitare per un dolore al petto da una cardiologa locale (Elena Anaya), e se ne innamora scoprendo che anche lei disprezza il film di Philippe. Da quando parte il corteggiamento alla donna (divorziata e ora compagna di un pittore che la tradisce), il film diventa poco più di un documentario turistico teso a esaltare le bellezze di San Sebastian e della sua regione, nelle quali Allen preferisce far perdere il protagonista piuttosto che cercare una sicura sponda narrativa; una debolezza purtroppo comune ad altri suoi recenti film.

Forse la chiave è da cercare proprio nella canzone che accompagna i titoli di testa: “Wrap Your Troubles in Dreams”, “Incarta i tuoi guai nei sogni”. Di più, non chiedere.

Beppe Musicco