Il seme del fico sacro, diretto dallo sceneggiatore e regista iraniano Mohammad Rasoulof (Gran Premio della Giuria a Cannes 2024 e candidato agli Oscar per la Germania), segue l’altra sua opera Il male non esiste del 2020, vincitrice dell’Orso d’Oro a Berlino. Dopo aver girato clandestinamente questo film, il regista è stato condannato a una pena di otto anni di carcere, alla fustigazione, al pagamento di una multa e alla confisca dei suoi beni, con l’accusa di “aver compromesso la sicurezza del Paese”. Prima che la condanna diventasse esecutiva, Rasoulof ha deciso, “con la morte nel cuore” di lasciare clandestinamente l’Iran attraversando a piedi le montagne per superare il confine, e da lì facendosi portare in Germania, dove aveva già vissuto in precedenza.

La storia è quella di una famiglia fortemente religiosa di Teheran composta da padre, Iman (Misagh Zare), madre, Najmeh (Soheila Golestan), e le due figlie di vent’anni circa, Rezvan e Sana (Mahsa Rostami Setareh Maleki). Il film si apre con la promozione del padre a giudice istruttore del tribunale rivoluzionario: ciò comporta un enorme cambiamento nella vita delle donne di famiglia, che si trovano costrette a dover misurare ogni parola e ogni amicizia per la posizione rischiosa di Iman. Questo non crea problemi, finché la figlia maggiore, Rezvan, non fa amicizia con una ragazza simpatizzante dei moti di protesta contro lo hijab che stanno sorgendo in tutto il paese. L’approfondimento di questo rapporto, combinato con la discrepanza di informazioni dei media statali e dei social riguardo le manifestazioni, porta le due figlie a insospettirsi e instilla in loro un senso di sedizione. Tale sentimento si espande in maniera lieve anche nei confronti del padre, egli dopo tutto lavora per quello stesso regime che gli sta mentendo. Mentre la madre prova a mantenere l’ordine in famiglia, soprattutto a mantenerla una famiglia, Iman diventa sempre più paranoico e aggressivo. La vicenda esplode quando la pistola di servizio del padre, a cui è appesa tutta la sua credibilità, scompare in casa: crolla ogni tipo di fiducia e parte una caccia alle streghe, ricca di colpi di scena uno più spiazzante dell’altro.

Che sia un film degno di nota lo confermano la nomination agli Oscar (ma il film, completato in esilio, non è stato segnalato dall’Iran bensì dalla Germania dov’è stato coprodotto), come anche le altre numerose menzioni ricevute a Cannes e ai Golden Globe. Il suo pregio sta nella costruzione della vicenda e dei personaggi, nel ritmo e nell’autenticità di racconto, nella poesia delle scene, anche quando sono estremamente violente. In sintesi, è straordinaria la capacità che il film ha di smuovere l’anima dello spettatore: pesca dal profondo i sentimenti più contrastanti, come disgusto e ammirazione, nella maniera più naturale e meno scandalosa possibile.

All’ottima realizzazione si aggiunge la qualità dei temi affrontati: portare la questione evidentemente pubblica delle proteste attraverso la sua riflessione sul contesto domestico apre un prezioso scorcio su come una crisi statale possa drasticamente ripercuotersi a livello intimo e personale. La provocazione più impattante però rimane quella su come anche la religione più ciecamente ostinata alla fine ceda; allora, o si conforma alla verità che la realtà porta, oppure degenera in disperata follia. Il concetto è ben riposto anche nel titolo, perché proprio come il seme del fico sacro, è silenziosamente presente sin dall’inizio e cresce sempre più, fin quando germinato abbastanza porta al soffocamento.

Valentina Villa

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