Super Mario Galaxy – Il film (2026) è un film d’animazione basato sull’omonimo videogioco e, più in generale, sul celebre franchise di Super Mario, ponendosi come sequel diretto del campione d’incassi Super Mario Bros. – Il film (2023). La pellicola è prodotta da Illumination, casa cinematografica nota per aver sfornato molteplici successi d’animazione: tra i più famosi ricordiamo la saga di Cattivissimo Me (con i rispettivi spin-off Minions e Minions 2), ma anche Sing e Pets. Il filo conduttore che accomuna tutte queste opere è la chiara volontà di Illumination di rivolgersi a un pubblico molto giovane. Lo studio punta fortemente sull’appeal delle gag e sulla comicità dei personaggi, senza quasi mai azzardare una trama capace di suggestionare o coinvolgere davvero anche il pubblico adulto. Con Super Mario Bros. – Il film, la casa produttrice aveva l’opportunità di creare un’opera trasversale: un prodotto perfetto per il suo target di riferimento, ma capace al contempo di strizzare l’occhio ai fan storici e ai nostalgici di vecchia data. Illumination, tuttavia, ha scelto di sfruttare il franchise di Super Mario nel modo più “sicuro” e semplicistico possibile. Ne è nato un enorme “giocattolone”, ricco di quelle gag tipiche della loro produzione che, puramente per il fatto di essere messe in scena da personaggi che amiamo storicamente, riescono ad avere una risonanza maggiore.  Questo approccio si ripete anche in Super Mario Galaxy – Il film. La storia riprende le fila dal finale del primo capitolo, introducendo nuovi beniamini del pubblico come Rosalinda, Bowser Junior, Yoshi e altre sorprese che scoprirete in sala, strizzando l’occhio persino ad altri franchise Nintendo (come Pikmin).

Tirando le somme, il film non presenta criticità tecniche evidenti: visivamente è a dir poco splendido e il ritmo è incalzante. Ma alla fine della proiezione, cosa rimane davvero? La pellicola basa la sua forza quasi esclusivamente sull’imponenza del nome “Mario”, limitandosi a mettere in mostra trasformazioni, gimmick e citazioni prese di peso dai videogiochi. Manca del tutto una struttura stratificata dei protagonisti o un vero approfondimento sulla cronistoria del franchise, rendendo il risultato finale irrimediabilmente piatto. A questa superficialità si allinea perfettamente il comparto sonoro: invece di osare con nuove composizioni in grado di restituire l’epicità del videogioco, la colonna sonora si limita a riarrangiare in modo pigro tracce preesistenti, una scelta che dà ancora più forza alla sensazione “minestra riscaldata” con l’ennesima strizzata di occhio ai fan. Come mero atto commerciale, Illumination ha sicuramente fatto centro. Prende uno dei franchise più conosciuti al mondo e confeziona un prodotto semplice, senza strafare, perfetto per essere amato dai più piccoli ma forte di continui occhiolini a chi il videogioco lo conosce a memoria.

Ma è giusto accontentarsi di questo? È possibile che ogni volta che si adatta un videogioco sul grande schermo il risultato debba essere così superficiale e dimenticabile? Bastano davvero solo fan service e gag slapstick per promuovere un film? Invito i fan del gioco ad andare a vederlo: ne usciranno sicuramente felici ed entusiasti per le continue citazioni nascoste al suo interno. Così come invito le famiglie a portare i propri figli, perché il divertimento è assicurato. Il nostro discorso, però, si muove su un altro piano: dobbiamo smettere di farci bastare la scusa dell’” è un film per bambini e devi giudicarlo come tale “. La storia del cinema d’animazione ci ha regalato opere per l’infanzia di caratura nettamente superiore, capaci di parlare all’anima degli adulti. Basti pensare a Ponyo sulla scogliera (2008), Il mio vicino Totoro (1988), Coraline e la Porta Magica (2009) , Il gigante di ferro (1999)… e la lista potrebbe continuare per ore. Penso che da prodotti di questo tipo che portano in scena personaggi che amiamo di altri medium sia necessario pretendere qualcosa in più e non solo una narrazione piatta, sequenze per i fan e la palese non volontà di creare una transmedialità efficacie che avrebbe dato sicuramente un peso diverso alla pellicola.

Mattia Basile

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