Un giovane criminale sta scontando la sua pena in riformatorio e si ritrova nel mezzo di una serie di fraintendimenti e malintesi che portano un’intera comunità a credere che lui sia un prete, mandato ad assistere l’anziano titolare e destinato a sostituirlo dopo la sua morte.

Presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia nel 2019, con Corpus Christi il regista Jan Komasa ci racconta una storia di redenzione allo stesso tempo durissima e irriverente. L’idea alla base della sceneggiatura, solida e ancor meglio realizzata, permette al regista di muoversi con agilità tra diversi toni senza mai forzare la mano: all’interno delle dinamiche di un dramma esistenziale profondissimo lo spettatore vive dunque momenti di vero divertimento, ma anche scene crudissime e di grande impatto visivo. Nel sottotesto  di Corpus Christi troviamo dunque la denuncia di un sistema di recupero minorile che si basa sulla legge del più forte, l’ipocrisia che anima le piccole comunità (cristiane e non), ma anche il bisogno di amore e compagnia delle giovani generazioni. C’è inoltre, fondamentale per gli equilibri della narrazione, una fondamentale critica a tutti coloro che dicono di professare la fede cattolica ma che spesso la vivono solo a costo di adattarla al proprio volere e alle proprie necessità, così che Cristo diventi il loro proprio discepolo invece di assumerne il ruolo.

Ad amalgamare il tutto le interpretazioni degli attori protagonisti, giovanissimi e di grande talento, che con la loro freschezza e l’intensità delle loro espressioni ci guidano attraverso luci e oscurità del percorso da intraprendere per arrivare al perdono, di sé stessi e di coloro che stanno intorno a noi. Peccato per una seconda parte della narrazione che si perde fin troppo, per terminare in un finale pasticciato e poco coerente, per nulla degno delle promesse di profondità e interpretazione che il resto dell’opera ci aveva promesso.

Maria Letizia Cilea