Ainara è una brillante ragazza di 17 anni, che deve decidere cosa studiare all’università alla fine delle scuole superiori. O, almeno, questo è ciò che la sua famiglia si aspetta da lei. Tuttavia, la ragazza ha sentito la chiamata di Dio e sta pensando di abbracciare la vita di suora di clausura. La notizia coglie di sorpresa tutta la famiglia, causando tensioni con il padre vedovo e con la zia, infelice per il suo matrimonio e atea convinta, e mettendo tutti alla prova.

C’è qualcosa di profondamente controcorrente nel raccontare oggi la vocazione religiosa di una ragazza poco più che adolescente. Los Domingos – titolo che richiama le domeniche differenti: i pranzi nella famiglia borghese, pieni di tensioni soffocate; le domeniche consacrate alla preghiera, come tutta la vita, delle suore – sceglie di farlo senza enfasi né rivendicazioni polemiche, ma attraverso un percorso umano fatto di esitazioni, resistenze e legami familiari.

La regista Alauda Ruiz de Azúa racconta il cammino di una giovane che avverte dentro di sé una chiamata forte, difficile da spiegare e ancora più da far comprendere agli altri. Attorno a lei si muove una famiglia segnata da equilibri fragili: un padre vedovo, impegnato a ricostruirsi una vita accanto a una nuova compagna, e una zia che, proprio in virtù di una relazione privilegiata con la nipote, si arroga il diritto di orientarne le scelte. È qui che il film trova uno dei suoi snodi più interessanti: il confronto tra uno scetticismo che lentamente si apre – quello del padre – e una chiusura ideologica che si irrigidisce, quella della zia, incapace di riconoscere come autentico ciò che non rientra nei propri schemi.

Dal punto di vista narrativo, la regia sceglie un tono misurato, quasi pudico, evitando sia il sentimentalismo che la provocazione. Non c’è mai la volontà di dimostrare una tesi: la vocazione non viene imposta come verità, ma proposta come possibilità (senza fretta, fra l’altro, al contrario di quanto pensa la zia sul lavaggio del cervello che la ragazza starebbe subendo: come dimostra il peso che viene dato alla parola discernimento), lasciando emergere la sua credibilità attraverso i gesti e le scelte della protagonista. Anche nei momenti di crisi – come quello in cui la ragazza sembra lasciarsi coinvolgere dall’interesse di un coetaneo – il racconto non indulge nel dramma o nel morboso, ma osserva con discrezione un passaggio di possibile crisi dentro un percorso di crescita.

Interessante è anche il modo in cui il film affronta il tema della libertà. La scelta della protagonista non è mai rappresentata come fuga dal mondo o rifiuto degli affetti, ma come risposta personale a una chiamata percepita come vera. In questo senso, il contrasto tra le figure adulte diventa emblematico: da un lato chi, pur tra dubbi e fatiche, impara a rispettare la libertà di Ainara perché desidera solo la felicità della figlia; dall’altro chi pretende di sapere già cosa sia meglio per l’altro, finendo per non ascoltarlo davvero.

Sul piano interpretativo, il film si regge soprattutto sulla credibilità della giovane protagonista Blanca Soroa, capace di restituire la complessità di una decisione che non è mai lineare. Attorno a lei, i personaggi secondari evitano la caricatura e contribuiscono a costruire un contesto realistico, in cui la fede non è mai data per scontata, ma sempre messa alla prova.

Los Domingos è l’ennesimo esempio – dopo Uomini di Dio e Agnus Dei – del fatto che certe opere profondamente rispettose della spiritualità religiosa possano convivere con uno sguardo laico (la regista è non credente), che può rimanere rispettosamente senza parole di fronte a una scelta di vita così radicale (e alla lieta serenità di chi, come la madre superiora, vi ha consacrato un’intera esistenza).

Il film è stato premiato con 5 Premi Goya (i principali riconoscimenti al cinema in Spagna), per miglior film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista (Patricia Lopez Arnaiz, la zia Maite) e non protagonista (Nagore Aranburu, la madre superiora), nonché vincitore del premio al miglior film al Festival di San Sebastián.

Antonio Autieri

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