Si apre la settantesima edizione del Festival di Berlino (20 febbraio – 1 marzo) non senza un “preambolo” fatto di polemiche, dopo la scoperta del presunto passato nazista del suo fondatore e direttore per venticinque anni, Alfred Bauer, emersa di recente. Polemiche che hanno portato, tra le altre cose, a cancellare il suo nome dal premio assegnato ormai da più di trent’anni durante la Berlinale.

Il Festival, peraltro, dopo quasi venti anni di direzione di Dieter Kosslick, proprio quest’anno ha un direttore nuovo di zecca: l’italiano Carlo Chatrian, in precedenza direttore del Festival di Locarno, deciso a dare la sua impronta alla manifestazione che negli ultimi anni aveva patito il confronto con Cannes e Venezia e che quest’anno vanta diverse nuove sezioni.

Di sicuro prestigio è la giuria, capitanata dal veterano Jeremy Irons (lui pure alla conferenza di apertura ha dovuto liberarsi di un po’ di polemiche “politiche” legate a sue affermazioni passate) e che conta tra i suoi membri anche il nostro Luca Marinelli (che a Berlino è di casa, non solo come attore ma per ragioni “sentimentali”), l’attrice francese Bérénice Bejo (The Artist), l’americano Kenneth Lonergan (Manchester by the Sea), la regista palestinese Annemarie Jacir, la produttrice tedesca Bettina Brokemper e il regista brasiliano Kleber Mendonça Filho.

Anche se provengono da background molto diversi, i giurati hanno tutto incontrato il cinema a un certo punto della loro vita e questa è diventata un’esperienza in qualche modo trasformativa. Diversa certamente per Lonergan, che richiama la sua infanzia in una New York piena di sale cinematografiche che ora non esistono più e dove suo padre lo portava tutte le settimane, da quella della Jacir, cresciuta in un paese quasi senza cinema e giunta ad esso più tardi. Per quanto riguarda le responsabilità “politica” degli artisti, è Irons a dire che innanzitutto per un attore la responsabilità è nei confronti della sua arte. Per quanto riguarda la politica non è diversa da quella di qualunque altro essere umano, anche se si può sfruttare la propria visibilità per fare qualcosa di buono per tutti.

Interrogati sulle proprie preferenze cinematografiche e sui criteri di scelta che verranno adottati, i giurati sono stati unanimi nel dire che ogni film – anche quelli di genere – se riesce a essere al meglio quello che ha deciso di essere, può essere a suo modo perfetto. Non è detto che il film migliore debba per forza essere un film “difficile”, l’essenziale è saper toccare il cuore di chi guarda con onestà e integrità. Potrà sempre capitare che un film sia molto amato da qualcuno e odiato da qualcun altro, ma allora, come ha detto Bérénice Bejo, la cosa importante è avere l’onestà e il coraggio di sostenere le proprie opinioni anche di fronte a pareri molto diversi. Bisognerà aspettare la fine del festival, tra una decina di giorni, per vedere quali avranno prevalso.

Per intanto la mostra si apre con una pellicola della sezione Speciale, My Salinger Year, del regista canadese Philppe Falardeau (autore qualche anno fa del bel Mr Lazhar), ispirato alle memorie di Joanna Rakoff sulla sua esperienza come assistente in un’agenzia letteraria che aveva come cliente più famoso l’autore de Il giovane Holden. Ambientata nella seconda metà degli anni Novanta, in un mondo che stava per cambiare irrevocabilmente con l’avvento dei computer e di Internet, la pellicola di Falardeau è il ritratto di una giovane donna in cerca di una sua strada nella vita e nella professione, a cui presta il suo volto luminoso e intelligente Margaret Qualley (vista di recente in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Trantino). Un coming of age che racconta un delicato momento esistenziale in cui la letteratura e i suoi rappresentanti (tra cui la burbera e “conservatrice” Margaret, il capo di Joanna, interpretata da Sigourney Weaver con straordinaria umanità) hanno un ruolo insostituibile di maestri.

Letteratura, filosofia, teologia, sono anche al centro della lunga e complessa pellicola di Cristi Puiu, Malmkrog, tratto dall’opera del filosofo russo Vladimir Solovyov, un tour de force di oltre tre ore fatto di discussioni più o meno accanite sul senso del male, della guerra, sull’essenza del Cristianesimo e sull’Anticristo ambientato in una casa aristocratica del XIX secolo.

A metà tra il biopic e il film di denuncia è invece Minamata, pellicola con protagonista un irriconoscibile Johnny Depp, che rievoca il tragico caso di inquinamento ambientale (con conseguenti morti e deformità per la popolazione) avvenuto nell’omonima cittadina giapponese e denunciato grazie all’intervento del fotografo di guerra americano W. Eugene Smith, che dopo anni di reclusione, dedicò a quella tragedia uno dei suoi ultimi e più significativi lavori.

Laura Cotta Ramosino

Nella foto: Sigourney Weaver in My Salinger Year, diretto dal regista canadese Philppe Falardeau