La sessantenne Montse è molto emozionata perché sta per trascorrere un fine settimana con tutta la famiglia nella sua casa al mare, sulla Costa Brava. È divorziata da diverso tempo, il suo ex ha una nuova compagna, i suoi figli sono cresciuti e vivono la loro vita senza prestarle alcuna attenzione. Ma niente e nessuno potrà rovinare l’umore di Montse: ha aspettato e sognato questo momento troppo a lungo. La scusa è l’ultimo saluto alla casa, ereditata da una zia, che ha deciso di vendere la casa (ma l’ex marito non è d’accordo, e si capirà poi perché insiste tanto…), e per organizzarlo non si ferma nemmeno davanti alla morte della madre… Ma sarà un weekend di risate e lacrime, di ricordi dolci e di acri rancori che riaffiorano, con tali tensioni che sembrano mandare definitivamente all’aria i rapporti di Montse con i suoi figli, soprattutto perché ognuno rinfaccia l’egoismo agli altri, ma nel frattempo ci sono parecchi scheletri inconfessabili nell’armadio.
Con Casa in fiamme, il cinema spagnolo – ma il film è in realtà catalano come il suo regista – ci regala un gioiello di equilibrio narrativo, capace di oscillare con naturalezza tra il sorriso amaro e il pugno nello stomaco emotivo. È il ritratto corrosivo e al tempo stesso tenero di una famiglia che, nel contesto di un weekend al mare, farà esplodere crepe profonde e verità nascoste troppo a lungo
Il regista Dani de la Orden – che a soli 36 anni ha già diretto una decina di film: ma questo è il primo che esce nei cinema italiani – riesce a mescolare uno stile personale ed elegante con una grande valorizzazione dei personaggi, che segue indugiando su espressioni e sguardi, alternando momenti in cui favorisce la nostra partecipazione emotiva alle loro “sfortune” ad altri in cui ci verrebbe da respingere un simile coacervo di individualismi che fanno male alle persone intorno. Ci sentiamo costantemente “dentro” la casa, come ospiti involontari di un incontro che risulta sempre più esplosivo.
A dare corpo ai vari ruoli interviene un cast perfetto, in particolare la protagonista, “la madre” Emma Vilarasau e “i figli” Enric Auquer e María Rodríguez Soto. Ognuno degli interpreti cesella i propri personaggi che vivono di contraddizioni: la madre, ostinata e manipolatrice (anche a fin di bene, come quando fa nascondere le bambine per provocare una reazione della madre, o quando pensa che sia un bene, se intuisce che una ragazza non vada bene per il figlio), i figli divisi tra fragilità e cattiverie, le figure collaterali che entrano ed escono come detonatori emotivi. C’è da aggiungere però che per apprezzare le varie interpretazioni appieno si dovrebbero ascoltare le loro voci, così espressive e scattanti, in originale: il doppiaggio, come sempre, appiattisce.
Ma è la sceneggiatura di Eduard Sola (non a caso premiata ai Goya come la migliore dell’anno in Spagna) il punto forte del film. Il testo è un meccanismo narrativo di precisione: alterna congegni comici – fondamentali per non rendere angosciosa la vicenda – a esplosioni drammatiche, semina colpi di scena senza artificiosità, centellina le informazioni che lo spettatore riceve in un crescendo emotivamente potente. I dialoghi sono sulfurei, taglienti, carichi di sottintesi, in cui le parole sanno andare a segno dove fa più male, anche oltre l’intenzione (ma poi l’orgoglio impedisce di fare un passo indietro). La tensione si alimenta tanto dalle parole quanto dalle omissioni, e la commedia diventa spesso un modo per mascherare il dolore dei vari personaggi.
Ma quando tutto sembra spingere verso un epilogo tragico-cinico, la storia si apre invece a una risoluzione sorprendente, credibile e coerente con la storia senza sembrare una facile scappatoia. L’idea di utilizzare un gioco psicanalitico basato sul metodo Gestalt non è solo originale, ma diventa una chiave di lettura emotiva dell’intero film: un momento in cui i personaggi, finalmente, si vedono davvero. Per una volta al loro meglio, e non solo al loro peggio. Un piccolo spiraglio ma rivelatore: quei 4 non solo il loro male, ma hanno un potenziale di bene che può generare una nuova possibilità per loro. Un finale conci consegna la storia di Casa in fiamme come una delle commedie drammatiche migliori della stagione.
Antonio Autieri
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