In una cittadina qualunque degli Stati Uniti, una notte alle 2:17 del mattino i 17 bambini di un’intera classe della locale scuola elementare scappano di casa e scompaiono senza lasciare tracce. Dopo un mese dei bambini non c’è alcuna traccia e gli abitanti, sconvolti, iniziano a cercare risposte prima interrogando il timido Alex Lilly, l’unico bambino che il giorno dopo si è presentato in aula, e poi accanendosi sulla nuova maestra della classe Justine Gandy (Julia Garner) che viene messa sotto torchio pubblicamente a durante un’assemblea con i genitori. La notte seguente all’assemblea Justine riceve misteriose visite e trova la sua macchina imbrattata dalla scritta “Witch”. L’insegnante, comprensibilmente scossa, cerca conforto nella vodka e tra le braccia del suo amante Paul, un poliziotto con un passato da alcolista (interpretato da Alden Ehrenreich, protagonista dell’interessante spinoff di Star Wars Solo – A Star Wars Story, ma soprattutto Hobie Doyle, il cowboy di Ave Cesare dei fratelli Coen). Durante l’appuntamento Justine capisce che la polizia sta brancolando nel buio e decide quindi di intraprendere indagini proprie , cercando risposte dall’unico bambino che non è scomparso, il piccolo Alex Lilly. A questo punto il film cambia prospettiva e la storia viene narrata dal punto di vista dell’altro protagonista, Archer Graff (Josh Brolin), papà di uno dei bambini scomparsi che cerca di dare un senso alla vicenda inizialmente mettendo sotto torchio la maestra Justine, poi interrogando incessantemente la polizia, quindi a sua volta indagando personalmente e analizzando i filmati delle telecamere. Scopre così che i bambini fuggono tutti in una stessa direzione: sarà proprio la collaborazione con Justine a portarli sulla giusta pista.

Il racconto delle vicende è frammentato nei vari punti di vista, come detto, prima quello di Justine, poi quello di Acher, poi le due brevi sezioni relative a Paul e al preside Andrew (Benedict Wong) durante le quali gli eventi precipitano. Il mistero viene infine spiegato, più che svelato, da racconto del piccolo Alex. Questo approccio narrativo – ispirato, a detta dello stesso regista, a Magnolia di Paul Thomas Anderson – riesce a tenere alta la tensione per tre quarti del film e l’elemento thriller sembra prevalere sull’horror in più momenti. 

Per quanto il regista Zach Cregger abbia curato con grande attenzione la fotografia, che contribuisce decisamente al progresso della tensione, e abbia diretto un cast ricco e talentuoso, compie delle scelte discutibili inserendo elementi differenti (la storia d’amore un po’ tossica tra Paul e Justine, i sogni rivelatori, strane apparizioni), che vorrebbero dare più profondità alla trama ma risultano solo divagazioni che distraggono e a volte infastidiscono lo spettatore. D’altro canto il regista usa sapientemente la camera e riesce a creare una costante tensione grazie a sapienti inquadrature che permettono allo spettatore di cogliere particolari rilevanti in secondo piano, come durante il dialogo tra Archer e Justine alla stazione di servizio.

Ma il punto più debole del film è il finale che viene risolto inserendo un personaggio che non convince, non spaventa e soprattutto spiega troppe cose, e la tensione provata durante tutto il corso della pellicola viene decisamente disattesa per lasciare il posto ad un fastidio quasi irritante. L’impressione complessiva è quella di un trama basata su uno spunto accattivante (la scomparsa dei bambini), un titolo che non c’entra molto con la storia, che procede abbastanza bene attraverso un climax che però viene rallentato da elementi poco rilevanti (la storia di Paul e la sua relazione con Justine) o affettati (i sogni e le apparaizioni alla IT) ma il finale è davvero poco significativo e sembra quasi “metterci una pezza”. In conclusione, dopo il coinvolgente Barbarian, visto il cast e l’hype iniziale ci si aspettava un po’ di più da un film che comunque regala 90 minuti di tensione profonda ma che non convince fino in fondo.

Luca Cova

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