Film complesso, fortemente riflessivo e carico di dolore. Poetry, ultima opera di Lee Chang-Dong, autore che ha alternato buoni film come Oasis a delusioni come Secret Sunshine, racconta la storia dell’anziana Mija, domestica di professione, che vive sola in casa con il nipote Wook. Una terribile azione di quest’ultimo sembra essere la causa del suicidio di una giovane ragazza, il cui corpo è ritrovato senza vita nel letto di un fiume. Mija sarà ora costretta a fare i conti tutti i giorni con la nuova realtà, con la figura di un nipote scontroso del quale non riesce mai a penetrare i pensieri. Ad aggravare la situazione interviene anche il morbo di Alzheimer che complica ulteriormente la vita a Mija. Così l’anziana, vogliosa di esprimere il dolore che prova, si iscrive ad un corso di poesia che la aiuterà a guardare più attentamente ad ogni fatto della sua vita e a tutto ciò che la circonda, arrivando a prendere a cuore la giovane defunta, fino a scrivere la sua prima poesia proprio in memoria di lei. ,Lee Chang-Dong riesce farci prendere a cuore le sorti della sua protagonista: ogni sfaccettatura del carattere e dell’anima di Mija è ben raccontato, fatta eccezione per il morbo di Alzheimer, che non inciderà mai veramente sulla storia, rimanendo una scontata soluzione per intristire ulteriormente il film. Altri personaggi sono però mal scritti: i genitori dei ragazzini complici di Wook, ridotti a pure macchiette preoccupati solo di trovare dei soldi per il risarcimento, senza mai tentare veramente di educare i propri figli. Come se una giovane strappata alla vita potesse essere sostituita con il denaro (e la cosa più triste è che pare pensarla così anche la madre stessa). Alcune sequenze, come quella del rapporto sessuale di Mija con l’anziano malato per il quale lavora, sono poi superflue e eccessive, non aggiungono niente al film e prolungano la durata oltre le due ore accademiche, aggravando ancor più un ritmo già di per sé molto lento. Efficace invece il ruolo rivestito nel film dalla poesia. In questo Chang-Dong ricorda film come Il postino e L’attimo fuggente, dove la lirica è strumento efficace per marcare i sentimenti dei protagonisti, senza però risultare ingombrante. Meno male: una scelta contraria avrebbe ancor più limitato il campo dei possibili fruitori del film, già di per sé circoscritto ai più pazienti tra gli spettatori.,Andrea Puglia