Se gli anni Ottanta sono davvero finiti, qualcosa è sopravvissuto al crepuscolo di espadrillas, auto fiammanti e camice hawaiane: oltre alla musica di Madonna, alte forme di criminalità organizzata continuano a esistere (nella fattispecie l'onnipotente cartello della droga) e se di lavoro si fa il poliziotto a Miami, i modi per combatterle sono rimasti gli stessi. ,Nessun vento di revival soffia in questo Miami Vice, trasposizione sul grande schermo fortemente voluta da Michael Mann a distanza di oltre vent'anni da quando produsse l'omonima fortunata serie tv. É ben visibile la continuità con gli ultimi lavori del regista (su tutti Heat-la sfida e Collateral). La sconfinata distesa della città con le sue luci baluginanti nella notte, la grana grossa del digitale, gli sguardi in macchina di cani e sciacalli, fanno ormai parte dell'impronta autoriale del regista. Ritorna anche l'ossessione con cui Mann continua a spingere il suo sguardo in quelle zone di confine tra il bene e il male in cui le identità rischiano di implodere e non è più possibile stabilire chi sia la vittima e chi il carnefice, chi il giustiziere e chi il giustiziato.,Sbalordisce la nonchalance con cui Michael Mann padroneggia tecnicamente il linguaggio del cinema, messo al servizio del montaggio delle sequenze più action del film; deludente invece il versante più sentimentale con soluzioni per lo più sbrigative e inverosimili. Non aiutano in questo le prestazioni del cast accomunato, almeno nei suoi interpreti principali, da una certa graniticità espressiva.,Alla claustrofobia degli interni, in cui i corpi si avvicinano ora per colpire, ora per baciare, fanno da contrappunto gli spazi immensi dell'oceano e del cielo, della foresta vergine e delle cascate del Niagara. Il nervosismo delle riprese a terra e della macchina a spalla si distende in brevi sequenze aeree, che parlano del rimpianto per una pace cercata ma irraggiungibile, per un "altrove" lontano dal male che forse non esiste in nessun luogo.,Eliseo Boldrin,