Aldo Braibanti è stato un drammaturgo, poeta e mirmecologo (studioso delle formiche), partigiano e iscritto al Partito Comunista Italiano. Il suo nome divenne noto nell’Italia degli anni 60, quando fu arrestato e accusato ai sensi dell’articolo 603 del codice penale del reato di “plagio”, o “plagio della mente”. Il concetto legale era artefatto, e venne usato per condannare Braibanti in quanto aveva una relazione omosessuale con un giovane di 23 anni, relazione alla quale la famiglia si oppose tenacemente, arrivando appunto alla denuncia. Braibanti fu condannato a sei anni di carcere, ma venne liberato dopo due, grazie anche ai suoi meriti di ex partigiano.

Il signore delle formiche, nuovo film di Gianni Amelio (Hammamet, La tenerezza) in concorso alla 79ma Mostra di Venezia, è un’accorata trasposizione del caso di Braibanti e – alla vigilia delle elezioni – difficile non pensare a un tempestivo promemoria di questo vergognoso episodio della storia italiana. Luigi Lo Cascio veste i panni del perseguitato, e ne dà un’interpretazione coraggiosa. Non solo fa capire che Braibanti non era una figura particolarmente eroica, ma fa sembrare lo studioso un soggetto decisamente poco amabile: irascibile, prepotente, volubile, un uomo schizzinoso il cui lavoro teatrale è pretenzioso e il cui amore per le formiche (“un esempio di società socialista”, nelle sue parole) è in sintonia con il suo intellettualismo pedante e astratto. Il suo molto più giovane amante Ettore, interpretato dal nuovo arrivato Leonardo Maltese, è affascinato comunque dal suo sapere, che sembra soddisfare una sete di conoscenza che l’iscrizione alla facoltà di medicina (imposta dalla famiglia) non gli ha dato.

Il film di Amelio sconta il peso del suo stesso senso di importanza, che si manifesta in un ritmo lento e spesso lugubre, dove tutto è soppesato ed esposto. Questo funziona abbastanza bene nelle scene tribunalizie, dove ogni pronuncia deve essere misurata e considerata; in effetti queste scene sono le più riuscite, dove il regista si trova più a suo agio in mezzo al protocollo processuale, tenendo inquadrature lunghe del viso di Lo Cascio mentre si confronta, sfidando i giudici. Ma quando si tratta di conversazioni ordinarie, tutto sembra artefatto, come nel dialogo con l’avvocato calabrese, comunista ma che “ammazzerebbe tutti gli invertiti”, o nell’apparizione ingiustificata di un’inquadratura di Emma Bonino ai nostri giorni. Anche Elio Germano, nel ruolo di un giornalista d’assalto de L’Unità che riprende il caso di Braibanti, pur essendo un’eccezione nel tono generale, è ostacolato dalla reticenza del film sulle motivazioni del suo personaggio, che sembra soprattutto contrapporsi al conformismo del direttore del quotidiano comunista.

Il rapporto tra Braibanti e il suo giovane amante viene descritto dal regista su toni delicati, coi due che si scambiano poesie, ma resta l’impressione che il giovane sia più affascinato dal sapere dell’altro che innamorato, e d’altro canto il professore sembra più interessato a far sfoggio del suo sapere e a mostrare una certa condiscendenza che a farsi trasportare dalla passione.

Si ha l’impressione che Il signore delle formiche viaggi su binari molto sicuri: una madre possessiva, un fratello autoritario, un governo oppressivo, un avvocato difensore incapace, un giornalista incompreso, i manifestanti che fanno il loro dovere. Ma tutto questo sembra restare un esercizio di stile, più teso a mostrare l’aspetto civile della storia che a valorizzarne il lato umano.

Beppe Musicco

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