Milano, 1972. Gli scontri tra manifestanti di destra e di sinistra sono agli ordini del giorno. Nel quotidiano borghese Il Giornale si assistono a incidenti e anche danneggiamenti alla redazione. Il caporedattore Giancarlo Bizanti, uomo spregiudicato e cinico, è determinato ad approfittare della situazione manipolando sul quotidiano ogni notizia non tanto per ingraziarsi il governo e le forze di maggioranza (che sembrano deboli e anzi bisognosi dell’aiuto del giornale), quanto per sostenere le manovre del finanziatore del giornale, l’ambiguo ingegner Montelli. Quando poi viene ritrovata – in piena campagna elettorale – una ragazza, assassinata e violentata, Bizanti fa in modo di incastrare un militante di estrema sinistra che aveva avuto una breve relazione con la giovane, facendo leva sulla frustrazione di una donna anarchica innamorata e non ricambiata.

Scritto dallo sceneggiatore Sergio Donati, che doveva debuttare alla regia ma che poi uscì dal progetto, Sbatti il mostro in prima pagina fu poi affidato a Marco Bellocchio (dopo una revisione della sceggiatura affidata a Goffredo Fofi), in uno dei rari casi in cui il regista piacentino non è anche sceneggiatore di un suo film. Ne consegue che manca la visionarietà tipica dei film di Bellocchio, ma anche quella cerebralità che può renderlo indigesto a chi non è un suo fan. In questo caso ci troviamo a uno di quei film impegnati sul piano politico e civile che fecero ricco e vivace il Cinema italiano degli anni 70. È un film in presa diretta con quegli anni: ambientato nello stesso anno della sua uscita, il 1972, si apre con immagini di repertorio, da una manifestazione della cosiddetta “Maggioranza silenziosa” (movimento che univa esponenti della destra missina, liberali e democristiani conservatori) e con un intervento di un giovanissimo Ignazio La Russa che invitava a superare le categorie di fascismo e antifascismo, ai funerali di Feltrinelli (con slogan che oggi possono far sorridere: «Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung!») fino a scontri tra manifestanti di opposte fazioni; immagini che lasciano il testimone all’ingresso di una “finzione” credibile, grazie alle molotov che incendiano la redazione de Il Giornale (che all’epoca non esisteva: quello vero nacque solo due anni dopo, per iniziativa di Indro Montanelli). Giganteggia un luciferino Gian Maria Volonté nei panni del caporedattore Bizanti che, dopo aver approfittato dell’assalto incendiario alla redazione, prima strapazza e istruisce il giovane cronista Roveda su come si “titola” una notizia per non angosciare troppo il lettore moderato «che lavora e che produce»; e poi si tuffa famelico sul caso della giovane trovata uccisa che frequentava l’extraparlamentare Mario Boni, arrivando a “dettare” mosse e tempi al commissario che indaga sul caso e a fabbricare il “mostro”. Uno dei grandi personaggi cesellati da Volonté, vero genio della propaganda aggiornata agli anni di piombo.

Il film per alcuni versi è invecchiato, e se Volontè è il solito fuoriclasse dalla recitazione che alterna enfasi e spavalderia a mezzi toni e glacialità, altri attori non sono alla sua altezza (tranne Laura Betti, l’anarchica contraddittoria e innamorata di Mario). La storia poi da un lato è sempre attuale, con i temi della disinformazione mai così presenti nel dibattito non solo italiano, ma non gli giova il suo evidente schierarsi in modo manifesto e manicheo; aspetto che lo stesso Bellocchio ammetterà in futuro in varie interviste. Le scene migliori sono quelle che escono da tali schemi: quando Bizanti spiega a Roveda quasi con atteggiamento paterno che non esiste l’obiettività e soprattutto quando insulta la moglie che crede alle “verità ufficiali” cui lui dà un forte contributo (dimostrando quanto disprezzi, allo stesso tempo, i suoi lettori).

Come detto, però, al contrario di molti altri suoi film qui Bellocchio si concentra sulla storia, pur semplicistica quanto si vuole (si indovina facilmente l’assassino, una volta compresa la tesi di fondo), e si fa seguire bene dallo spettatore. Come non sempre gli sarebbe accaduto negli anni successivi, soprattutto in quelli della sua passione per la psicanalisi.

Nei titoli di testa si trovano, infine, nomi poi diventati celebri: se il montatore Ruggero Mastroianni era già da tempo non più solo il fratello di Marcello, lo scenografo Dante Ferretti e il musicista Nicola Piovani erano giovani di belle Oscar su cui si puntava senza sapere che erano futuri premi Oscar.

Uscito nei cinema, dopo il passaggio al festival di Cannes, a luglio 2024 in versione restaurata in 4K dalla Cineteca di Bologna.

Antonio Autieri

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