“Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”. Comincia così Bella, con una presa d’atto e con l’ammissione di una debolezza. A parlare è Josè, un uomo ferito dalla vita che conosce bene il senso del limite: giovane promessa del calcio messicano, Josè aveva deciso di affidare la sua vita al sogno tutt’altro che irrealizzabile di diventare una star del pallone. Solo che, guidando spensierato la sua decappottabile, Josè aveva investito e ucciso un bambino proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto firmare un contratto milionario con una grande squadra. Traumatizzato e divorato dai sensi di colpa, si era quindi risolto ad appendere anzitempo le scarpette al chiodo, per lavorare come capocuoco nel ristorante messicano gestito dal fratello Manny. Proprio qui, in un sottobosco newyorchese che ha i colori e i suoni dell’America Latina, Josè ha conosciuto Nina, un’altra anima solitaria, priva di una famiglia alle spalle e dell’amore dell’uomo da cui adesso aspetta una bambina. La situazione si complica quando Nina viene licenziata da Manny e perde la sua unica speranza di sopravvivenza per sé e per la creatura che porta in grembo. È a questo punto che i progetti di tutti devono fare i conti con la realtà.

Bella è un film indipendente, lieve e sincero, che proviene da un mercato cinematografico poco noto come quello del Messico. Visto da pochi fortunati all’anteprima del Fiuggi Family Festival nel 2008, arriva in Italia a inizio 2010, con enorme ritardo e dopo traversie distributive, dopo aver vinto all’estero il “People’s Choice Award” al Festival di Toronto 2006, il premio “Smithsonian Latino Center” e dopo una menzione speciale della Casa Bianca “per il suo contributo alle arti”. È un film “povero”,un piccolo film girato in digitale con un budget ridotto all’osso, che non riesce a nascondere incertezze nella regia e ad evitare qualche lentezza di troppo. Eppure, nel suo essere rudimentale, è un film potenzialmente dirompente e rivoluzionario e dimostra coraggio quando, con mossa antiretorica, racconta dell’incontro tra due solitudini, quelle di un uomo e di una donna, senza necessariamente passare attraverso la passione di un amore romantico (analogamente a quel gioiello degli ultimi anni che è Once). Pur essendo un inno alla vita già nelle intenzioni espressamente cattoliche del produttore (che ne è anche attore protagonista) e del regista (che ne è anche sceneggiatore), sfugge con grazia sia a facili strumentalizzazioni sia ad accuse di ideologia. Piuttosto la storia, come i sentimenti che suscita, cresce silenziosamente e infine sboccia come un fiore, senza alcuna forzatura. Non, banalmente e inutilmente, un film a tesi, ma un film sulla grazia e sull’imprevedibilità di certi incontri e che celebra la verità, non solo cristiana, che l’amore gratifica chi lo dona al pari di chi lo riceve. Un film che, probabilmente, meriterà un sorriso di Dio.

Raffaele Chiarulli

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