Grande affresco naturalistico e antropologico firmato da Jean-Jacques Annaud che continua dopo i vari L’orso e Due fratelli l’esplorazione della Natura e del suo rapporto spesso non facile con l’Uomo. Affascinante dal punto di vista visivo con scenari mozzafiato accentuati da una splendida fotografia, L’ultimo lupo, tratto dal romanzo Wolf Totem di Jiang Rong è solo in apparenza l’ennesima storia con al centro l’uomo visto come presenza scomoda e perturbatrice dell’ordine naturale delle cose. Nella vicenda, molto semplice, di due giovani insegnanti mandati da Pechino durante la Rivoluzione Culturale nel cuore della steppa mongola per insegnare il cinese alla popolazione, c’è infatti molto di più. C’è innanzitutto la rappresentazione realistica e senza umanizzazioni stucchevoli di una Natura selvaggia, brutale ma anche ricca di fascino ben rappresentata dai lupi che in quel luogo brullo e pietroso dominano come signori incontrastati. Creature fiere e orgogliose, necessarie per un equilibrio fragilissimo di una vita precaria: come racconta bene il vecchio capo villaggio ai giovani protagonisti turbati dalla spietata caccia dei predatori nei confronti di un branco di gazzelle, il personaggio più bello e centrato del film, depositario della tradizione millenaria di un popolo orgoglioso e cruento proprio come i lupi, sono proprio le gazzelle le nemiche della vita perché, mangiando la poca erba rimasta, rendono più povero il terreno; e soprattutto, sfuggendo ai lupi costringerebbero i predatori a puntare su altro per sfamarsi, arrivando alla lotta con l’uomo per le pecore. Così l’uomo, guardiano dell’ecosistema, interviene a seconda dei casi non cacciando i lupi e liberando le gazzelle imprigionate nei rovi perché diventino un pasto per i lupi stessi. Poi le cose cambieranno, complice anche una decisione infausta presa dal governo centrale cinese che obbligherà i Mongoli a uccidere tutti i cuccioli di lupi per sradicare per sempre la loro presenza da quei luoghi: inizierà a quel punto una guerra all’ultimo sangue tra gli ultimi lupi rimasti e gli uomini sempre più incattiviti.

Annaud dirige un film emozionante con tante sequenze riprese dal vero con i lupi e la Natura assolutamente protagonisti in una storia che ci ha ricordato da vicino un film per certi versi totalmente diverso come Balla coi lupi: anche nel film di Kevin Costner, fotografato splendidamente e dominato dalla presenza misteriosa della Natura, si assisteva a un percorso di formazione e consapevolezza di un uomo capitato in un altro mondo, quello dei cosiddetti Indiani d’America, che nel tempo imparerà a conoscere e ad amare. Così, il baricentro della storia raccontata da Annaud ruota attorno alla scoperta dei due protagonisti di un altro mondo che si regge su ben altre leggi rispetto a quelle dell’uomo. Il regista di Sette anni in Tibet per il suo film adotta più un registro autenticamente epico che non lo stile documentaristico tipico di questi film: è una scelta azzeccata che permette allo spettatore di entrare nelle pieghe di una storia avvertita come eterna e senza tempo, come d’altro canto colpisce il rispetto grande nel raccontare una storia che non è a chiaroscuri. Da questo punto di vista l’uomo ne esce male, malissimo quando è l’ideologia a prendere il sopravvento (e da questo punto di vista non manca una critica al governo maoista e alla sua pretesa di controllare analiticamente il territorio). D’altra parte le figure dei due ragazzi e del loro rapporto con il vecchio capo che chiamano padre vanno nel segno opposto. Perché imparano, pian piano e con fatica, dalla vicinanza quotidiana con l’anziano saggio, che la Natura e le sue creature sono un dono di Dio (presenza che riecheggia in tanti momenti del film) e che da Lui tutto dipende e tutto discende come nella sequenza – respingente e nel contempo carica di compassione – in cui si uccidono i piccoli lupetti affidando, con una preghiera, le creature a un Dio che fa e accoglie tutte le cose. Una posizione umana vera tanto più se inserita in un contesto di guerra con una Natura che non fa sconti a nessuno: è facile infatti amare la natura quando si ha di fronte un tenero Panda o una piccola foca monaca, meno quando si combatte con il coltello in bocca con lupi affamati. Una posizione che nobilita e l’uomo e lo rende, nonostante i tanti errori, sul gradino che gli spetta: quello di guardiano di un splendido, meraviglioso giardino ricevuto in dono da Dio.

Simone Fortunato