Dopo l’esordio più che promettente con Talk to Me, i giovani fratelli australiani Danny e Michael Philippou sono tornati con Bring Her Back – Torna da me, uno degli horror più attesi dell’anno.
Il film racconta la storia di Andy, un ragazzo di diciassette anni che si ritrova a occuparsi della sorellastra cieca Piper dopo che i due trovano il padre morto, a causa di un incidente, sotto la doccia. Andy è determinato a non separarsi dalla sorella, ma è ancora impossibilitato dalla legge a diventare suo tutore. I due vengono dunque affidati a Laura (la solita, straordinaria Sally Hawkins), una donna sola che ha perso una figlia della stessa età di Piper, annegata tragicamente nella piscina della villa e che ha in affido un altro ragazzino, Oliver, affetto da mutismo selettivo. La donna fin da subito si comporta con loro dimostrando grande gentilezza e attirandosi il favore della bambina. Con il passare dei giorni, tuttavia, Andy inizia a sospettare che le intenzioni di Laura non siano del tutto sincere, soprattutto per l’ambiguità del legame che si crea tra lei e Piper e per il comportamento sempre più strano di Oliver. Mentre cerca di proteggere la sorella dalla donna e al tempo stesso di impedire che vengano separati, Andy si scontra con le verità sepolte di un passato familiare più complesso di quanto suggeriscano le apparenze…
Il lutto che innesca una sequela di eventi nefasti e riporta a galla segreti sepolti è un paradigma non nuovo nel panorama dell’horror dei nostri giorni, che aveva raggiunto il suo apice nel terrificante e ormai già cult Hereditary di Ari Aster, E con Aster I fratelli Philippou, che già ci avevano abituato a muoversi nel solco di uno straordinario eclettismo in Talk To Me, condividono la capacità di attingere a piene mani dalla storia del cinema dando vita a uno stile completamente nuovo. Bring Her Back è un film materico, pesantissimo, dove l’insistenza cronenberghiana sui dettagli, i corpi e la carne sono elementi essenziali per plasmare il senso di angoscia incessante. Ma è anche un film fantasmatico, inafferrabile, invaso costantemente da un’atmosfera metafisica e irreale. In questo senso la pioggia costante, i continui riferimenti all’acqua (la doccia, la piscina…) come simbolo della morte, del dolore, dell’orrore capace di penetrare ovunque, non possono che ricordare Dark Waters (ma anche Ring) di Hideo Nakata e – al netto di una messa in scena meno “svuotata” – tutto quel J-Horror di inizio anni 2000 dove la “concretezza” dell’atmosfera serve sempre a evocare un’astrazione.
Anche gli archetipi classici dell’orrore sono rielaborati in una forma originale. Evidente anche solo leggendo la trama è il rimando alla favola di Hansel e Gretel, già riproposta meravigliosamente nel 2020 dal bravissimo Oz Perkins, come pure quello alla madre-mostro, topos orrorifico del grande schermo dai tempi dei tempi. Sintomi di una volontà dei due terribili millenials di inserirsi in una tradizione cinematografica (e letteraria) di lunga data e al tempo stesso di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella – relativamente – nuova e sempre più affollata scuola i registi horror dove figurano i più “anziani” Zach Cregger, Ti West, Demian Rugna e che vede in veste di geniale capofila Jordan Peele.
Insomma, rispetto al già ottimo esordio, l’impressione questa volta è di essere di fronte a qualcosa di più grande, di più alto, di più maturo. Bring Her Back è una memorabile riflessione sul dolore, sulla morte, sull’elaborazione del lutto. Ma anche sul divario tra percezione e realtà, sulla soggettività della memoria, sul tempo come struttura emotiva, sugli slittamenti di realtà causati dai traumi. Se Talk To Me era un horror duro e puro travestito da classico teen drama, ma capace di spingere sull’acceleratore del gore come in certi film di Sam Raimi, qui abbiamo un dramma familiare esistenziale dal sapore bergmaniano travestito da (a tratti body) horror, con Danny e Michael Philippou che si confermano tra i più eclettici e profondi interpreti del cinema contemporaneo.
Giovanni Pesaresi
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