In Les intranquilles, Damien è un pittore dalla forte vena creativa. È sposato con Leïla e hanno un figlio, Amine. Sono una famiglia unita che, però, deve fare i difficilissimi conti con la malattia che affligge Damien, ovvero il bipolarismo che lo colpisce soprattutto durante il lavoro di preparazione delle mostre e che mette a repentaglio la famiglia stessa e il suo equilibrio…

A cinque anni dall’ottimo Dopo l’amore, il regista belga Joachim Lafosse torna a indagare le dinamiche di una famiglia, partendo da un dato autobiografico, quello del bipolarismo di suo padre. Les intranquilles è un film emotivamente molto forte, soprattutto nella prima parte. Fin dalla prima scena si intravedono i segni della malattia che colpisce Damien, ottimamente interpretato da Damien Bonnard, con un climax che culmina nella parte centrale dove assistiamo quasi senza fiato a una crisi bipolare del protagonista che lascia sgomenta la moglie, decisamente impotente in quel frangente, spaventa il figlio che non riconosce più il padre e preoccupa anche il nonno. Una scena molto lunga, di circa 20-30 minuti che scuote anche gli animi di chi assiste al film. La prima parte di Les intranquilles è focalizzata soprattutto su Damien, mentre la seconda maggiormente su Leïla (molto brava anche Leïla Bekhti) e sul piccolo Amine (Gabriel Merz Chammah). Senza sconti e reticenze, Lafosse mette in scena l’impossibilità di affrontare una malattia di questo tipo per la quale non esistono cure definitive. Il regista dirige molto bene gli attori, ci sono quasi dei corpo a corpo nei momenti più tesi e intensi che portano ulteriormente dentro il dramma rappresentato.

Se fino a metà film vediamo Damien preda di un attivismo inquieto e irrefrenabile (Les intranquilles del titolo), la seconda è invece segnata dal ricovero in ospedale e dalle medicine che hanno l’effetto stordente e narcotizzante su di lui e che impediscono anche quelle, da un altro punto di vista, il ritorno alla normalità. Interessante vedere lo sguardo di Amine, prima preoccupato per il padre totalmente fuori controllo (la scena clou a nostro avviso è quella che vede Damien, al culmine della crisi, irrompere nella classe del figlio dopo essersi messo in testa di voler offrire pasticcini a tutti) poi triste e avvilito quando si trova di fronte al padre che non riesce neanche ad alzarsi dal letto. Oltre alla malattia, questo è anche un film che racconta come cambino forzatamente i rapporti tra marito e moglie, se sia possibile trovare un nuovo equilibrio e come possa resistere l’amore di fronte a una sfida così grande. Sullo sfondo c’è anche il Covid perché il film è stato girato nel 2020 nel pieno della pandemia. Il finale è brusco e tronco, forse troppo, ma davvero non era possibile trovare una chiusura diversa a questa storia. Come dice in modo eloquente Damien alla moglie: “Posso promettere di curarmi, posso promettere di stare attento ma non posso promettere di guarire”. Presentato al Festival di Cannes 2021.

Stefano Radice

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