In tempi di metoo anche Harley Quinn, storica fidanzata e spalla del supercattivo Joker e star a sorpresa del recente Suicide Squad, si guadagna una pellicola tutta sua e diventa un simbolo della lotta femminile per farsi riconoscere parità e autonomia.

Il merito, temperie culturale a parte, è sicuramente di Margot Robbie, interprete del personaggio, che un paio d’anni fa si rubò la scena nell’ensemble movie che univa i principali cattivi dell’universo DC Comics e che, a sorpresa, nonostante le pessime critiche, si guadagnò il favore del pubblico aprendo la strada a questo spin off.

Anche in questo caso il titolo rimanda a un’avventura collettiva: fanno parte del gruppo anche Renee Montoya, una poliziotta delusa dalla corruzione e dalle mancate promozioni, la Cacciatrice, erede in cerca di vendetta di una famiglia mafiosa sterminata dai suoi “concorrenti”, e Black Canary, cantante dalla voce celestiale (e all’occorrenza letale) che sa anche menare le mani e i piedi.

Ma non c’è dubbio che Harley (anche voce narrante, molto presente e talvolta fin troppo intrusiva) sia la vera protagonista della vicenda. È la sua presa di coscienza, da “bambola del boss” abituata a farla franca grazie alla protezione del maschio alfa di turno a leader riconosciuta capace di prendersi la responsabilità delle sue compagne, il vero fulcro della storia, che, quanto a plot, non brilla certo per novità.

Qui il bottino su cui tutti vogliono mettere le mani è un diamante, che nasconde il codice d’accesso alle immense ricchezze di una famiglia mafiosa e che fa gola anche a Roman Sionis, alias Black Mask, il cattivone di turno, aspirante padrino, ma soprattutto maschio tossico da togliere di mezzo per completare l’emancipazione (così nel titolo originale) dell’eroina. Di tutti i personaggi proprio lui si rivela il meno interessante, nonostante i tentativi di Ewan McGregor di dotarlo di un suo qualche fascino perverso.

Di Joker si parla moltissimo, ma la sua presenza è risolta nei primi cinque minuti della pellicola con un cartoon (che rimanda, per stile, alla fortunata serie che la DC ha dedicato ad Harley Quinn in tv), e questa assenza (insieme a quella assai cospicua di Batman, essendo l’arena della storia proprio Gotham City) è il segnale assai premeditato di un tentativo (riuscito o no è un altro paio di maniche) di cambio di protettiva rispetto al classico cinecomic.

Non che in passato siano mancate super eroine (in casa DC Wonder Woman ha avuto più successo dei suoi “colleghi maschi”, in casa Marvel Captain Marvel ha funzionato al botteghino e Vedova Nera sta arrivando con una pellicola tutta sua), ma Harley Quinn e le sue compari, più che alla salvezza del mondo o dell’universo, sono interessate alla loro agenda personale (sia questa la vendetta, l’ambizione professionale o il denaro) e rivendicano indipendenza e sospensione di giudizio rispetto alla morale corrente. In effetti Harley ci mette più di metà film a sviluppare qualcosa che assomigli a una coscienza (in genere la gente ce l’ha con lei per ottimi motivi) e anche quando lo fa mantiene il suo spirito follemente anarchico e uno stile d’azione imprevedibile ed eccessivo, che è poi un po’ la cifra di tutta la pellicola.
In mano alla regista cinese Cathy Yan (anche la sceneggiatrice è donna), Birds of Prey non offre in realtà grandi novità nell’ormai affollato panorama superoministico né in termini stilistici (anche la voice over e i continui salti temporali e aggiustamenti di prospettiva li ha già largamente sperimentati un altro eroe dalla morale flessibile, Deadpool) che di invenzione e patisce l’evidente e talora pedante volontà di darsi il tono da pamphlet femminista per la ragazza di oggi, che non può rinunciare allo stile e ai capricci anche quando si impegna nella battaglia per i suoi diritti.

Non sappiamo se anche qui, come per il dimenticabilissimo aggiornamento di Charlie’s Angels, scatterà il richiamo al cinema come forma di dovere sociale e morale a sostegno delle donne. Più probabilmente basterà il fascino di Margot Robbie (qui anche produttrice) a richiamare il pubblico, anche se non siamo sicuri che la piega didascalica che sta prendendo un genere mainstream come quello dei cinecomic sia la chiave giusta per farli entrare a pieno titolo nel club del cinema impegnato.

Laura Cotta Ramosino