Monaco, 1943. Dopo la sconfitta nella battaglia di Stalingrado, sorgono in Germania stanchezza nel popolo ma si rafforzano anche entusiasmi tra gli studenti universitari riuniti nel movimento di resistenza “La Rosa Bianca”, che sperano nella fine della guerra e del regime nazista. I due fratelli Hans e Sophie Scholl si propongono di distribuire in università volantini clandestini che denunciano i crimini del Terzo Reich. Subito scoperti, vengono arrestati e separati; quindi interrogati con durezza per farli crollare e denunciare i compagni. L’interrogatorio con l’ufficiale nazista diventa per Sophie una prova e un confronto su una diversa concezione di umanità. Mentre il processo sarà, prevedibilmente, una farsa con l’esito già scritto.

È un piccolo gioiello il terzo film del tedesco Marc Rothemund. Innanzitutto per una messinscena misuratissima e antiretorica difficile da ritrovare in molti film sulla resistenza ai totalitarismi. Essenziale, mai urlato, persino pudico nel mostrare col contagocce simboli e bandiere naziste, il film di Rothemund a tratti pare essere una tragedia filmata più che un film di finzione. Una tragedia filmica, del resto, con molti riferimenti cinematografici alle spalle (La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer soprattutto) e altrettanti riferimenti alla grande tragedia classica. Perché Sophie è tanto vicina nello spirito e nelle parole, con quel richiamo alla coscienza più che al rispetto delle leggi dello Stato, all’Antigone sofoclea, l’eroina che come Sophie non abbandonò il fratello nel momento della morte. Una compagnia di sangue, una fede di sangue che è veramente il punto di forza del film: Sophie non smette mai di richiamare alla memoria i genitori per tutti i sei giorni di quella che è una vera e propria passione (“Ho ereditato il coraggio da mio padre” dice a un certo punto alla propria compagna di cella). Dopo la confessione dinnanzi all’ufficiale della Gestapo (confessione maturata solo dopo aver scoperto che anche il fratello aveva fatto altrettanto), Sophie ha in mente più i propri genitori che se stessa (“Che farete a loro? Li metterete in carcere ?”). E ancora, la scena commovente dell’abbraccio tra i due fratelli Scholl e Cristoph, il terzo condannato, prima della morte. Una testimonianza nella carne e nel sangue, un martirio, in grado di sciogliere i cuori più duri.

E se Sophie viene resa in maniera vivida dalla bravissima Julia Jentsch (premiata per la sua prova al Festival di Berlino, come pure il regista), la figura più complessa e interessante è proprio quella dell’ufficiale della Gestapo, Robert Mohr, che di fronte all’incontro durante l’interrogatorio con Sophie all’inizio si adira, poi vacilla, si lava le mani alla maniera di Pilato e infine, nella sequenza forse più intensa del film, si riscopre uomotornando a vedere per un’ultima volta quel volto sempre più inondato dalla Luce: come l’attesa di un perdono che possa raggiungere tutti, anche l’ultimo degli assassini nazisti.

Simone Fortunato