Pazzi per il calcio, recita il titolo. Ma non si parla di tifosi maniaci del pallone. Perché i protagonisti di questa storia “crazy” lo erano già, e dal punto di vista della salute. Semmai per qualcuno il calcio e il tifo sono valvole di sfogo. Ma non bastano. E allora qualcuno si inventa per loro la squadra più improbabile, per partecipare al The World Craziest Cup, i Mondiali di calcio a cinque per squadre di pazienti psichiatrici. Perché “loro” sono i pazienti di alcuni istituiti psichiatrici italiani, e questio film racconta l’avverarsi di un sogno.

Volfango De Biasi, regista degli ultimi cinepanettoni natalizi con Lillo e Greg, sullo stesso argomento aveva già diretto una decina d’anni fa il precedente Matti per il calcio. Ora è tornato sul tema, raccontando l’avventura che porta la squadra con gli “atleti” con disagio psichico di vario tipo, dopo un lungo lavoro di allenamenti e affronto delle paure che i “ragazzi” manifestano al mister, a volare a Osaka in Giappone nel febbraio 2016. Merito di uno psichiatra, Santo Rullo (presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale, ideatore dell’impresa) che fa il direttore sportivo del team, di un ex giocatore di calcio a 5 “ingaggiato” come allenatore (molto bravo nel saperli prendere, a volte con severità e a volte sdrammatizzando, sempre trattandoli da persone normali) e di un campione del mondo di boxe (Vincenzo Cantatore) che fa il loro preparatore atletico. Vediamo le prove di selezione – perché tra i tanti all’inizio, solo 12 furono poi convocati – e poi il viaggio, le partite. Le gare non andarono benissimo, ma impegno e desiderio di vivere pienamente quei giorni (grazie alla Federcalcio, in maglia azzurra come i nazionali veri!) non mancarono.

Il calcio diventa così una terapia salvifica, per riscattare i malati dall’apatia e dall’immobilismo: sentiamo le voci dei “ragazzi” con disturbo psichiatrico che si raccontano, e che nonostante mille difficoltà e sofferenze (per alcuni da sempre, per altri è stato un esaurimento nervoso a farli sprofondare nello stato attuale di malattia: ed è impressionante come raccontano i loro problemi) trovano in questa occasione e nell’attenzione dei “sani” che stanno con loro la possibilità di sentirsi uguali agli altri, «recuperando la memoria emotiva di quando non si era malati» spiega lo psichiatra / dirigente. E al tempo di imparare a stare con gli altri, di rispettare regole precise, di fare gruppo – anzi, “squadra” – e di credere in se stessi.

Il documentario, candidato ai David di Donatello 2017 tra i migliori film del genere e  realizzato con il sostegno della Regione Lazio e con il patrocinio della Federazione Italiana Giuoco Calcio, colpisce per il tono semplice, mai pietistico, naturale. Ma vedere quei “giocatori” tra disagio e passione per l’impresa, mostra la loro dignità irriducibile più di mille discorsi.

Antonio Autieri