Un alieno caduto sulla terra assume, letteralmente, le sembianze di una donna. E parte alla caccia, osservata da lontano da un misterioso e muto motociclista, di malcapitati, spesso soli e senza famiglia, che finiranno vittima del suo irresistibile fascino. Inizia con una serie di immagini, dettagli, colori che rimandano esplicitamente a 2001: Odissea nello spazio il terzo film di Jonathan Glazer, artista eclettico britannico, autore di spot pubblicitari (era suo quello della Nike per il Mondiali di Calcio brasiliani), videoclip, anche suggestivi, di musicisti celebri e già autore per il grande schermi di Sexy Beast e dell’irrisolto Birth – Io sono Sean. Ispirato al romanzo omonimo di Michael Faber, Under The Skin ha una trama ridotta all’osso. Un’unica attrice (o quasi) in campo, la brava e spesso nuda Scarlett Johansson nei panni di un alieno a caccia di umani maschi. Tutto qui. L’interesse per questo film comunque difficile, spesso cerebrale e freddo, lento nell’incedere sta in una forma e in uno stile suggestivo e ricco di rimandi. L’incipit kubrickiano e sottolineato da una colonna sonora presente per tutto il film, poco decifrabile e quasi fastidiosa, immerge da subito lo spettatore in un’atmosfera sfuggente e inquieta. Dettagli di corpi. Poi un occhio spalancato; l’iride e la pupilla. Una voce robotica che scandisce, a fatica, qualche lettera che poi, pian piano, si trasforma in parole e frasi. Cambio di scena e ci ritroviamo su una strada di campagna, nel buio cupo di una notte senza stelle. Altro passaggio brusco e troviamo la Johansson, inserita in un contesto ancora più sfuggente (è un interno di qualcosa ma non si capisce dove sia: una stanza vuota, un edificio?) che indossa i vestiti di una povera malcapitata. E di lì inizia la caccia. Glazer parla molto attraverso uno stile minimalista fatto di una scenografia quasi teatrale e, sostanzialmente, di corpi maschili e femminili e al tempo stesso fa parlare pochissimo i suoi personaggi, aumentando il senso di mistero e di spaesamento che lo spettatore proverà sin dai primi minuti. Perché il personaggio della Johansson fa quel che fa? Chi la manda? Da dove arriva? Che cosa rappresenta il personaggio del motociclista? Tante domande, poche risposte. Glazer gioca con continui rimandi: Kubrick, presente un po’ dappertutto ma anche i colori vividi e il montaggio improvviso e violento del Nicholas Winding Refn di Drive nella sequenza, breve e particolarmente suggestiva, con cui si mostra la fine terribile delle vittime. Lo spettatore è trascinato in un vortice cupo e senza speranza e invitato al tempo stesso a provare a decifrare le immagini e gli snodi narrativi. Colpisce ad esempio da un lato la freddezza con cui la protagonista seduce e distrugge le proprie vittime, unita però ad una particolare attenzione, anche questa spiazzante: la donna alieno prende di mira solo chi è solo. Non padri di famiglia o uomini che hanno una casa a cui tornare. Solo cani sciolti e (forse) già perduti ancor prima di essere eliminati. Da questo punto di vista, anche il modo con cui viene rappresentato il mondo colpisce: un brulicare di persone in città, attaccati al proprio telefono o alle vetrine dei negozi, schiacciati da un rumore assordante e inintelligibile. Come dire che nel caos della vita di oggi, pur in mezzo a una moltitudine di stimoli e messaggi uditivi e visivi, si è di fatto soli e i rapporti umani sono sempre più rari. Così si può leggere anche la vicenda dell’alieno protagonista del racconto: sempre fredda e priva di emozioni, eppure irresistibile oggetto del desiderio, a un certo punto della narrazione pare entrare in rapporto con un uomo che sembra interessato a lei come persona e non solo come corpo. Un piccolo, flebilissimo segno di speranza in un mondo tragico e buio dove qualsiasi segno di umanità viene schiacciato e ridotto agli istinti più bassi: la violenza innanzitutto e il sesso come semplice e sterile uso dell’altro.

Simone Fortunato