Benvenuti al Sud è l’esplicito remake del più grande successo francese di tutti i tempi, quel Bienvenue chez les Ch’tis (rititolato in Italia Giù al nord) che nel 2008 divenne Oltralpe un caso nazionale. Quella diretta da Dany Boon, comico vulcanico e pieno di sfumature al tempo stesso, era un’esaltazione della vita di provincia e del superamento dei pregiudizi nord-sud. Con la differenza che, in Francia, c’era un meridionale/provenzale che non aveva alcuna voglia di andare nel terribile nord dai “selvaggi” bretoni. Stavolta, com’era immaginabile, si rovescia tutto: Claudio Bisio è Alberto, direttore di un ufficio postale a Usmate Velate che per guadagnare punti e farsi trasferire a Milano escogita (esattamente come nel film francese, in una scena ricalco) si finge handicappato. Scoperto, viene “sbattuto” giù in Meridione per punizione: a Castellabate, nel Cilento, per la precisione. La moglie razzista (ed evidentemente leghista: organizza un gruppo chiamato le “rondinelle”) non lo vuole seguire, e così Alberto lascia moglie e figlio in Lombardia e se ne va mesto in Campania, paventando criminalità, rozzezza e fastidi vari. E all’inizio i rapporti con i sottoposti e cittadini del paesello non sono buoni: ma piuttosto velocemente le cose volgeranno al bello, si capiranno e lui sarà conquistato dalla solarità dei nuovi amici “terroni”. Ma quando, ogni due settimane, torna per il weekend in Brianza, non ha il coraggio di dire la verità: la moglie lo vede finalmente come un eroe che resiste a mille violenze e angherie, perché disilluderla? Il problema nasce quando la consorte deciderà di andarlo a trovare…

Nella trasposizione dall’originale, la commedia di Luca Miniero perde in originalità e freschezza: là dove si rideva delle diversità (pur non comprendendo i giochi di parole di una lingua ostica come il bretone che i francesi non capiscono: ma il doppiaggio, ovviamente, non poteva rendere l’idea) in maniera ruspante e genuina e si rappresentava una vita di provincia credibile, qui tutto è più prevedibile e scritto a tavolino. Il cast è di livello: a un Bisio sempre simpatico si affianca un Alessandro Siani più misurato di quando deve strafare da comico nei suoi film o nei cinepanettoni, e una serie di comprimari notevoli, oltre a una splendida Valentina Lodovini. Ma le macchiette prevalgono sui caratteri e, a dir la verità, le battute davvero divertenti non sono molte. Il film fa simpatia, è vero, ma alla lunga sa di troppo programmatico il richiamo al reciproco rispetto. Senza alcuno scatto, come la commedia di una volta – un altro motivo ispiratore è la serie Pane, amore e fantasia – sapeva fare. Ne esce fuori un film garbato ma fuori dal tempo, dove sia i “lumbard” che i “terroni” non sono né realistici – a rischio di irritare sia al nord che al sud – né così caricati da far scattare la risata (tranne in un caso: la confraternita del gorgonzola, con lo strepitoso Teco Celio che si conferma tra i migliori caratteristi in circolazione), dove le gag sono un po’ scontate, che si fa apprezzare per la simpatia degli interpreti ma che disperde alcune intuizioni (il vigile campano inflessibile contro il lombardo che si adegua in fretta alla sua idea di meridione anarchico). Ma il successo del film fa già pensare a un sequel, Benvenuti al Nord, già prefigurato dai saluti finali.

Antonio Autieri