Dopo il recente successo di Challengers, Luca Guadagnino torna con un’opera molto diversa, Queer, con protagonista Daniel Craig. Stavolta però Craig è ben lontano dall’affascinante 007 e interpreta invece Lee, uno scrittore alcolizzato e solo che si muove come un fantasma nella città di New Mexico alla ricerca di qualche bel ragazzo con cui passare la notte. Il suo triste ciondolare da un bar all’altro viene scombussolato dall’arrivo di un giovane con cui intraprende una relazione che si rivelerà sempre più torbida e confusa.
Il film, ispirato all’omonimo romanzo di William S. Burroughs, non è assolutamente tra i migliori del regista, anzi è piuttosto mediocre: la storyline procede in modo incomprensibile e noioso, alternata da momenti di simbolismo legati al millepiedi (immagine fondamentale dell’opera) che più che arricchire il film, lo rendono ancora più disorientante. Al centro il tema della sessualità, della scoperta di sé e dell’amore morboso che però rimangono fini a sé stesse, senza aggiungere veramente nulla ai personaggi che le portano sulle proprie spalle.
Uniche note positive sono le interpretazioni di Drew Starkey e ovviamente il bravissimo Daniel Craig, insieme all’ambientazione suggestiva del New Mexico, per quanto posticcia. Il personaggio di Lee avrebbe potuto essere il tramite di una narrazione veramente profonda e disperata: un uomo di mezza età che ancora non conosce l’amore, che non trova spazio nella sua piccola realtà e disposto a tutto pur di sentirsi amato, ma il tutto rimane estremamente in superficie. Nella seconda metà del film, invece, la narrazione prende un piede totalmente delirante che si maschera da cinema intellettuale, ma di intellettuale ha ben poco.
La parola “queer” riecheggia insistente e monotona come sottofondo di una storia superficiale in un festival del grottesco che sembra non arrivare mai al punto.
Maddalena Villa
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