In Love Marianne è una urologa pragmatica che spesso ha a che fare con patologie tumorali dei suoi pazienti. Lavora in ospedale insieme a Tor, un infermiere compassionevole. Una sera, i due si incontrano sul traghetto che li riporta a casa. Tor, che spesso passa lì la notte in cerca di incontri fortuiti con altri uomini, le racconta di esperienze di intimità spontanea e di importanti conversazioni. Marianne – che è alla ricerca da tempo di una relazione stabile – è incuriosita da questa prospettiva ma nel frattempo incontra Ole, un geologo di cui si innamora…
Love, diretto da Dag Johan Haugerud è il secondo capitolo della trilogia dedicata alle relazioni, ai sentimenti e alla sessualità ed è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024. Il primo capitolo, Sex, aveva avuto la sua ribalta internazionale al Festival di Cannes e il terzo, Dreams, ha appena vinto la Berlinale. Questo per dire che il norvegese Haugerud, romanziere oltreché regista, è uno degli autori che i festival più importanti tengono molto in considerazione.
La sua attività di scrittore e romanziere si ripercuote anche sulla sceneggiatura di Love, molto articolata e molto basata sui dialoghi. Il film, inizialmente, sembra la classica storie di due personaggi, l’eterosessuale Marianne (Andrea Braein Hovig) e l’omosessuale Tor (Tayo Cittadella Jacobsen, molto bravo), che si confrontano sulle loro esperienze, sul loro modo di intendere le relazioni, i rapporti sentimentali e la sessualità. Tor riesce a convincere Marianne a iscriversi a uno di quei siti tipo Tinder per incontri occasionali; anche se la donna è alla ricerca di un rapporto un po’ più saldo, inizia a non disdegnare quella possibilità.
Quello che conquista del film, a nostro avviso, è tutto ciò che ruota attorno alla realtà ospedaliera. Gli incontri dei pazienti con la dottoressa, i loro momenti di sconforto, le paure legate alla malattia; il rapporto con Marianne, molto professionale, gentile pronta a dare anche segnali di speranza ma sempre un passo indietro, non empatica (probabilmente non potrebbe permetterselo). Qui sta la differenza con Tor che dei pazienti, anche perché infermiere, si prende cura. In questo è emblematico il suo incontro – sempre sul traghetto – con un uomo con cui inizia a dialogare. Forse c’è interesse reciproco sta di fatto che Tor scopre il giorno dopo che quello stesso uomo ha ricevuto una brutta notizia dal punto di vista medico ed è ricoverato nello stesso ospedale. E’ solo e Tor, ricevuto anche il permesso da Marianne, inizia a prendersene amorevolmente cura in ospedale e poi una volta dimesso. Non ci sono secondi fini da parte sua ma solo un atto di grande generosità e altruismo; che sia questo “l’amore” del titolo del film?
In questa seconda parte di Love si finisce quasi con il dimenticare i discorsi dell’inizio e anche l’incontro e l’innamoramento di Marianne per il geologo Ole – divorziato e con due figlie ma con l’ex moglie che vive accanto a lui – passa in secondo piano. Se si supera l’impatto con una sceneggiatura talvolta troppo verbosa, Love – che dura due ore e che non è certo un film banale – può affascinare ma non è un film per grandi platee ed è perfetto per il pubblico dei festival.
Stefano Radice
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube