Gli errori giudiziari per cui si condannano ad anni di prigione persone in realtà innocenti e il risarcimento economico degli anni sottratti allo sviluppo della loro vita sono certamente nervi scoperti del sistema giudiziario italiano (e non solo). La vicenda di Beniamino Zuncheddu è esemplare: condannato, passa 33 anni in carcere (passando per condizioni più o meno dure) prima di essere riconosciuto innocente. La più lunga detenzione di innocente nella storia carceraria italiana.
Ci si può aspettare un film di denuncia, e in un certo senso lo è, poiché racconta una vicenda altrimenti incredibile. Ma la chiave di lettura non è la rivalsa o meglio la vendetta, tanto meno in Beniamino, che, liberato, alle ovvie e inevitabili domande della stampa: “Cosa prova? Cosa farà?” risponde «Quel che desidero è tornare a casa. E’ ora». La chiave di lettura è quel viso di Beniamino, magnificamente interpretato da Fabrizio Ferracane, che porta già il segno dell’innocenza: un volto che gli anni di detenzione hanno scavato forse più del tempo, ma con le labbra sempre distese in un’ombra di sorriso, che non si perde nemmeno nei momenti più bui. Un uomo che al suo avvocato chiede se ha fede religiosa, e di sé dice «io sono devoto a Santa Rita, la santa degli impossibili», mostrando la consapevolezza che la sua innocenza, di cui è certo e che non lo farà mai cedere alle proposte di patteggiamento, non può essere solo dichiarata, va provata in un cammino lento e faticoso.
La vicenda, già nota, torna prepotentemente nel 2024 quando Beniamino Zuncheddu viene assolto definitivamente “per non aver commesso il fatto “. Dal 1991 al 2024, 33 anni di prigione non dovuta. L’inizio del film espone la vicenda della strage di uomini sui monti attorno a Cagliari, l’individuazione in breve tempo di Beniamino come colpevole, attraverso una strana correzione del ricordo dell’unico superstite, poi il carcere e gli anni passati dalla sua famiglia a tentare, con diversi avvocati, di presentare istanza di revisione del processo. Contattano, dopo anni, Mario Trogu (Michele Riondino misurata interpretazione di un attore che avevamo apprezzato in Primavera).
Senza nascondere le difficoltà Trogu si mette al lavoro, non solo, nel caso, per liberare un innocente, ma anche perché quel viso, quella serenità dietro le sbarre inducono almeno a tentare. Da qui il film diventa lo sviluppo di una serie di tentativi, spesso ostacolati proprio da esponenti della giustizia, per rintracciare nuove prove per una revisione del processo. Solo una giudice e una esponente del Partito Radicale di Sardegna il quale si mobilita – e nei titoli di coda sostiene una proposta di legge per superare le barriere burocratiche che impediscono un rapido risarcimento a chi, uscendo dal carcere innocente, non ha più nulla – si appassionano alla situazione, offrendo
aiuto per passi che porteranno alla sospirata revisione, quindi alla dichiarazione di colpevolezza del vero assassino e alla scarcerazione di Zuncheddu. Questa parte processuale riesce accettabile nella sua specificità grazie al montaggio di Julien Panzarasa (apprezzato per  Palazzina Laf) che alterna conversazioni familiari e udienze. Desunto dalla biografia “Io sono innocente” di Zuncheddu scritta proprio con Trogu, sceneggiato da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, rappresenta una vicenda non semplice; Francesco Piras alla sua prima regia, dopo valide prove nei corti, fa ben sperare. Qualche limite c’è, alcuni tratti sono troppo didascalici; si avverte in particolare una sorta di stacco tra una narrazione di Zuncheddu e famiglia in atteggiamenti dimessi e solitari a fronte della manifestazione in piazza promossa dai Radicali cui sembra partecipare tutta la gente del paese.

M. Luisa Magnaghi

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