Intorno alla metà del XVII secolo, il francescano Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino), mentre il suo convento in Umbria viene dato alle fiamme per evitare che un’epidemia di peste si diffonda, si carica sulle spalle il priore contagiato (Paolo Rossi) e fugge, per evitare che venga rinchiuso in un lazzaretto. Dopo la morte del suo superiore ed essendo immune alla malattia, trova rifugio in un convento in Toscana e comincia a incontrare la gente del contado, predicando a suo modo. La sua personalità gentile, umile e carismatica gli procura molti amici. Nonostante sia analfabeta, narra storie bibliche con un tocco personale e unico. I suoi sermoni all’aperto sono spensierati, pieni di umorismo e persino con un pizzico di autoironia. Attira folle di seguaci che iniziano a disertare le celebrazioni ufficiali. Il conte locale non ne è affatto impressionato. Crede che l’approccio di Leopoldo sia demoniaco e che i credenti non dovrebbero mai “ridere di Dio”. Leopoldo insiste di “ridere con Dio”. La giovane contessa sua moglie (Alma Noce) non è d’accordo. Pensa che Leopoldo sia puro e buono e che punirlo equivarrebbe a “punire un bambino”. Ma la società rappresentata nel film è fortemente gerarchica, sostenuta da una Chiesa altrettanto centralizzata e che non tollera voci fuori dal coro, nemmeno se animate da buone intenzioni. La rigida dottrina della Santa Sede deve prevalere e i dissidenti devono essere consegnati all’Inquisizione, probabilmente torturati e uccisi. Così il Papa a Roma (Carlo Cecchi nella sua ultima interpretazione) invia il cardinale Maculani (Silvio Orlando) a presiedere il suo processo. Fortunatamente per Leopoldo, l’inviato è un uomo colto, gentile ed di buon senso, che vede il buono in Leopoldo. Tuttavia, l’ira locale è così intensa che dubita di poter fare qualcosa per evitare la sua condanna. Al suo arrivo, commenta senza mezzi termini: «Cosa dovrei fare qui se avete già deciso che è colpevole?».

Dal punto di vista estetico, con Dio ride Giovanni Veronesi sembra rifarsi alle atmosfere de Il racconto dei racconti (tratto dalla raccolta Lo cunto de li cunti, la raccolta di fiabe seicentesche scritte da Giambattista Basile in dialetto napoletano, che viene citata anche nel film), anche se i costumi, le ambientazioni esterne perfettamente luminose e gli interni illuminati di giallo (a simulare il fuoco) appaiono estremamente asettici. Le scene musicali sono forse le meno riuscite, più simili a spot pubblicitari che a un film d’epoca. Il trucco è esagerato, dal rossetto sulle labbra della contessa alla pelle squamosa sul viso di una madre rinchiusa in un istituto perché accusata di prostituzione. Probabilmente l’approccio candido di Dio ride al tema della dottrina e della devozione è anche il suo punto di forza; un film che vuole avere un cuore. Per quanto promuova un messaggio inequivocabile di assoluzione attraverso la sola la fede personale, con una forte inclinazione antidogmatica e antigerarchica, il film di Veronesi cerca di essere innocente e puro quanto il suo protagonista, inamovibile nella sua certezza di non aver mai voluto mancar di rispetto a Dio o all’autorità.

La storia si conclude con una citazione sul diritto alla risata di Papa Francesco, Pontefice spesso ricordato per la sua capacità di dispensare sorrisi, ma anche per aver difeso coloro che la Chiesa un tempo aveva condannato. Lui e Fra Leopoldo sarebbero certo andati d’accordo.

Beppe Musicco

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