Palazzina LAF è ambientato a Taranto, nel 1997. Caterino Lamanna è un operaio dell’Ilva della città pugliese. Non ama i sindacati, vive in una casa semidiroccata alle porte della città e sogna di sposare la sua fidanzata albanese Anna, magari andando a vivere in periferia. Un giorno viene avvicinato dal dottor Giancarlo Basile, un dirigente dello stabilimento che gli chiede, in cambio dell’auto aziendale e di una promozione, di riferirgli tutto quello che i suoi colleghi, soprattutto il sindacalista Marra, dicono o pianificano. Lamanna accetta e inoltre chiede di essere trasferito nella palazzina LAF che, nell’immaginario degli operai, è il reparto dei nullafacenti. Al suo interno, Caterino – che continua a fare la spia per Basile – scopre un mondo di impiegati qualificati, messi a fare niente per le loro prese di posizione scomode in azienda…

Questo è l’anno degli esordi alla regia di attori e attrici: Micaela Ramazzotti, Margherita Buy, Paola Cortellesi e Michele Riondino che, con Palazzina LAF, si segnala con un debutto molto interessante. Riondino è di Taranto e dell’Ilva e del suo impatto sulla città ha parlato spesso negli anni scorsi, come tutti i tarantini. Inevitabile, quindi, che il suo esordio partisse proprio dallo stabilimento siderurgico e da un caso giudiziario esploso a fine anni 90, quello appunto della palazzina LAF. Si trattava di uno dei cosiddetti reparti confino in cui venivano demansionati, con vere e proprie forme di mobbing, gli operai, gli impiegati o i tecnici che in qualche modo davano fastidio ai vertici aziendali che proponevano loro, per tornare a lavorare, mansioni squalificanti e degradanti. Ci furono indagini e processi che si risolsero poi con la sentenza definitiva del 2006.

Riondino racconta proprio quegli anni con uno stile a tratti surreale e grottesco che ricorda alcuni film di Pablo Larrain. Per se stesso scrive il personaggio di Caterino Lamanna, un uomo ingenuo, semplice, che non capisce fino in fondo quello che gli potrebbe capitare ma che è animato solo dall’ambizione di far vedere agli altri che lui lavora e non è un nullafacente come i sindacalisti. Un “Giuda” come si immagina lui stesso in un incubo notturno, che finisce però vittima come i colleghi. Riondino è bravissimo nell’interpretare Caterino, con movenze ed espressioni che possono rimandare a grandi del passato come Gian Maria Volonté o del tempo contemporaneo come Pierfrancesco Favino.  Il cuore del film è però la descrizione della palazzina, un luogo fuori dal tempo e dal mondo che ricorda un ospedale, anzi i reparti di un manicomio, con la gente rinchiusa che non sa come far passare il tempo e rischia veramente di impazzire come nelle dichiarazioni e nelle testimonianze a processo che si ascoltano sui titoli di coda. Un film di impegno civile, si sarebbe detto un tempo (così come Cento domeniche di Antonio Albanese in questi giorni al cinema), e che ci sentiamo di consigliare anche se potrebbe risultare non di facilissimo approccio per il pubblico. Cast composito dove segnaliamo, tra gli altri, la presenza della bravissima Vanessa Scalera (L’arminuta) nei panni di Tiziana Lagioia, anche lei rinchiusa nella palazzina, e di Elio Germano in quelli di Giancarlo Basile.

Stefano Radice

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