Fantascienza low budget dal sapore esistenziale. Le cose migliori sono nelle immagini e nei colori: paesaggi suggestivi e altamente evocativi, atmosfere rarefatte, colori autunnali. Il regista ungherese Benedek Fliegauf dimostra una buona sensibilità per la messa in scena anche se la tentazione manierista in più di un momento prende il sopravvento: nelle sequenze sin troppo insistite dedicate ai paesaggi suggestivi a tutti i costi, nella ricerca di simbolismi un po' forzati come la chiocciolina che affascina i ragazzini nella prima parte del film. La storia, potenzialmente interessante, è gestita male da una sceneggiatura macchinosa firmata dallo stesso Fliegauf. La vicenda è in effetti un luogo comune della fantascienza: per elaborare il difficile lutto della scomparsa dell'uomo che ha amato, la bella Rebecca (un'algida Eva Green) decide di mettere al mondo un clone. I risvolti inquietanti da un punto di vista psicologico e non solo non tarderanno ad arrivare. Fliegauf procede per quadri visivi, giustapposizioni di immagini ed ellissi: lascia volutamente nel vago o sullo sfondo i nodi fondamentali della narrazione dall'uscita di scena del Thomas interpretato dal notevole Matt Smith al passare del tempo e lavora su silenzi, primi piani e atmosfere rarefatte. Il risultato è un melodramma freddissimo che richiama senza però raggiungerlo il grande Non lasciarmi, altro esempio di fantascienza sospesa nello spazio e nel tempo e che sapeva usare lo spunto della clonazione per raccontare una storia d'amore universale. Qui l'orizzonte è molto più limitato: il tema della clonazione è lo spunto per un racconto dalle venature morbose di amore impossibile, quello della Green nei confronti del figlio-amante. Soprattutto è il respiro grande della fantascienza idealista del già citato Non lasciarmi o di Blade Runner a mancare nel film di Fliegauf: i personaggi non arrivano mai a essere compiuti e conchiusi. Si fatica a emozionarsi o a provare orrore per Rebecca perché il personaggio della Green è fin troppo in sordina. E lo stesso si dica del figlio-amato, del rapporto con le amiche o coi genitori del ragazzo. Troppo sbilanciato sul versante del bello stile fine a se stesso, Womb patisce svolte telefonate, alcuni dialoghi assai risaputi e una regia troppo impegnata nel ricercare l'effetto artistico ai danni di una storia che avrebbe meritato qualcosa di più.,Simone Fortunato