Il tema della coesistenza di due culture diverse all’interno di uno stesso contesto politico è uno dei temi più caldi del momento e se è già complesso districarsi tra le ragioni dei singoli popoli in un giudizio reale e quotidiano, sul piano visivo e cinematografico il rischio di banalizzare o di far leva sul sentimentalismo delle contingenze è sempre in agguato. Ziad Doueiri lo aggira con un colpo da manuale nel suo nuovo The Insult (nella foto), film che richiama alla memoria il conflitto politico e religioso tra cristiani libanesi e musulmani palestinesi, risolto storicamente nel 1990, ma che ha lasciato ferite e rivalità spesso difficili da dimenticare. E allora basta una scaramuccia per una grondaia che sporge da un balcone tra un capocantiere palestinese e un libanese fautore del Partito Cristiano, ed ecco il famoso insulto che trascina la questione in tribunale, trasformando il film in un vero e proprio resoconto ad alta tensione dei risvolti legali, sociali e politici della disputa storica tra i due popoli coinvolti. L’occhio del regista riesce ad attualizzare la questione con una grande profondità di osservazione e una non scontata sensibilità, supportato da una sceneggiatura di ferro tanto nel ritmo quanto nella caratterizzazione dei personaggi, incredibilmente complessi e sfaccettati che si aprono e si scoprono nel corso della vicenda. Ciò che conquista è in verità l’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, che procede silenziosamente in parallelo alla vicenda legale tramite piccolissime sequenza fatte di gesti e sguardi calibrati alla perfezione dai due bravissimi attori. E che fa emergere da storie di dolori passati e di torti subiti la vera intenzione del regista e forse la più nobile qualità del film: non parteggiare per nessuno, nessun manicheismo integralista, ma il riconoscimento di una umanità uguale alla propria nell’uomo a fianco a sé. Il verdetto è solo un accessorio, la disputa si trasforma in condivisione e comprensione del dolore del proprio fratello. (lc)

foxtrot
Duro, schematico, a tratti cinico Foxtrot dell’israeliano Samuel Maoz, già vincitore a Venezia con la sua opera prima Lebanon. Angosciante come il film precedente e a tratti claustrofobico quasi quanto quello (anche se non si svolge in un carroarmato, ma prima in una casa e poi in un container che funge da posto di blocco), il film si snoda in tre episodi che mettono in scena i tormenti di un padre e di una madre, avvisati dall’esercito che il figlio soldato è morto, salvo scoprire poi che è stato un drammatico errore. Ma il padre non si quieta, anzi strepita e pretende che gli sia portato a casa. Non sarà una buona idea. Prima, però, abbiamo visto il ragazzo e i suoi commilitoni, nell’episodio di mezzo che a tratti è piuttosto inerte e noioso, che passano giornate insensate a guardia del nulla, o al massimo di un cammello o di automobilisti che si sono persi nelle lande deserte cui loro devono badare in un surreale checkpoint. Maoz descrive l’insensatezza della vita militare anche in situazione apparentemente di pace (cosa peraltro impossibile in Israele, che si concepisce perennemente in guerra), come già dell’esplicito conflitto di Lebanon. Ma insensata sembra l’esistenza tutta, guidata da un Dio o da un Destino cinico e beffardo. Tesi legittima, svolgimento così meccanico da far pensare che tutto deve rientrare a forza in questa tesi. A costo anche di sembrare non solo cinico, ma anche irrispettoso dei personaggi, cui non guarda mai con vera pietas. (aut)

Delude abbastanza anche il nuovo film di George Clooney, a differenza di altre volte solo dietro la macchina da presa. Da una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, che risale ai tempi dei loro primi film, Suburbicon parte bene con la descrizione di un paesino nato nel dopoguerra negli Usa per creare un’isola felice, con tutti i comfort, lontano dalle grandi città caotiche. Ma – siamo nel 1959 – il “paradiso” diventa un inferno: arriva per la prima volta una famiglia di neri, subito osteggiata da tutti tanto da scatenare minacce e violenze; e in parallelo, scopriamo la vicenda principale dei loro vicini di casa, i Lodge (padre, madre su sedia a rotelle, figlio, sorella gemella di lei), che vengono assaliti da una coppia di balordi. La donna paralitica ci lascia le penne. Ed è solo l’inizio di tante violenze. Il tono è grottesco, e ricorda vari film dei Coen (ma il cuore “nero” della vicenda fa riecheggiare un po’ il capolavoro Fargo, anche se siamo lontani anni luce), ma i vari ingredienti non sono ben amalgamati. Violenza e comicità, grottesco e dramma (l’assalto alla famiglia nera non ha nulla di divertente, come invece lo sono alcune morti della vicenda parallela), soprattutto tema “familiare” e tema razziale, che sembra un po’ appiccicato anche se dà anche la possibilità dell’unico squarcio di umanità (i figli delle due famiglie, che si guardano subito con simpatia e si consolano a vicenda solo con gesti semplici, da ragazzini). Si segue bene, ovviamente: la classe dei Coen e anche di Clooney come regista non si discute; ma alla fine rimane molta perplessità. Grandi attori, però, che giustificano la visione: Matt Damon fa il goffo, Julianne Moore si sdoppia in due ruoli, il piccolo Noah Jupe è molto bravo e così pure gli interpreti di personaggi minori. E strepitoso è Oscar Isaac in un piccolo, ma incisivo ruolo. (aut)

(Recensioni di Letizia Cilea, Antonio Autieri)