Oggi era la giornata di Paolo Virzì, alla Mostra di Venezia. Di nuovo in concorso a vent’anni da Ovosodo, e reduce dal grande successo di La pazza gioia, il regista livornese dirige con The Leisure Seeker il suo primo film internazionale in lingua inglese, girato negli Usa (dove aveva già lavorato ai temi di My name is Tanino). Dal romanzo di Michael Zadoorian (uscito in Italia come In viaggio contromano), Virzì si appoggia su tutto il carisma e la classe dei due strepitosi protagonisti, Helen Mirren e Donald Sutherland, per raccontare l’avventura tragicomica di due anziani coniugi, entrambi malati, che sfuggono al controllo dei figli per un viaggio sul vecchio camper che li aveva visti girare l’America. Lui ha l’Alzheimer e alterna momenti di lucidità e tenerezza ad altri di assenza, lei – lo capiamo pian piano – sembra star bene, ma ha una brutta malattia e ha deciso di interrompere le cure. Meglio non dare troppi dettagli a chi vedrà il film (non a breve: in Italia uscirà con il titolo Ella & John a inizio gennaio), anche se uno spettatore accorto capisce in fretta dove si va a parare. Anche perché il film si inserisce in una ricca casistica di film sulla malattia e la vecchiaia, e si fa apprezzare certo per gli interpreti, per certe sottigliezze psicologiche, per alcune scene irresistibilmente comiche e per molti momenti teneri – alla proiezione stampa in tanti si sono commossi: noi, lo confessiamo, solo in una scena – ma risulta anche un po’ prevedibile. La mano di Virzì, onestamente, non si vede molto (dietro alla macchina da presa ci potrebbe essere qualunque regista “di mestiere”): si intravede più il romanzo che c’è dietro. Ma per uscire dai confini e puntare magari a una carriera internazionale ci può stare. Se dobbiamo dire che il film ci ha entusiasmato, non saremmo sinceri; anche a causa di un finale su cui avremmo obiezioni di vario tipo. Ma è difficile esporle senza violare il patto di segretezza con il lettore… (aut)

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In occasione della 74a Mostra del Cinema il già rinomato foto-reporter di guerra Daniel McCabe  abbandona l’obiettivo della reflex per imbracciare la videocamera, entrando così nel vivo delle storie di uomini e popoli già da anni fotografati; il risultato è il bel documentario This is Congo, presentato Fuori Concorso a Venezia e frutto di un precedente lavoro di foto reportistica che lo ha portato a trasferirsi in Africa per seguire più da vicino il conflitto armato tra ribelli e filogovernativi che insanguina da più di 20 anni la Repubblica Democratica del Congo, sotto l’occhio distratto – e si vedrà, spesso colpevole – del mondo occidentale. Un colonnello delle milizie governative, un militare in incognito, un sarto e una commerciante di pietre preziose: questi gli sguardi dei quattro protagonisti con cui l’occhio del regista si integra e che ci guidano in una quotidianità fatta di violenza, miseria e morte, ma anche di un amore viscerale e instancabile per la propria terra. Resistendo alla tentazione di un atteggiamento occidentale giudicante e di un approccio didascalico, McCabe ci offre una narrazione ricca di tensione, contrasti e ombre, dalla quale emerge comunque, potentemente, la bellezza di un paesaggio paradisiaco e la tenacia di un popolo che, al di là delle parti, condivide la speranza di una rinascita e il ricordo di una comune origine. (lc)

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Altro buon film fuori concorso è il francese La Mélodie. Simon, un violinista franco-algerino, si trova da un giorno all’altro a fare da insegnante a una classe-orchestra di giovanissimi  studenti, immigrati o figli di immigrati indisciplinati e dal carattere difficile. Per uno come lui, che ha sempre suonato in note orchestre o insegnato solo a chi era mosso da sincero interesse e viva passione, trovarsi di fronte a un gruppo di dodicenni convinti che Celine Dion figuri tra i più noti artisti di musica classica assume fin dal primo giorno il contorno di una sconfitta. In attesa dell’opportunità in grado di dare una svolta alla sua carriera, Simon accetterà l’incarico. Ma nel tentativo di trasmettere a questi studenti la passione per lo strumento e per la musica classica, con l’obiettivo di prepararli a un importante evento che si terrà presso la Filarmonica di Parigi, sarà profondamente cambiato dal rapporto con loro, in particolar modo da quello con il timido Arnold, che ripone nel violino speranze che vanno ben oltre il semplice desiderio di imparare a fare musica. Primo lungometraggio di Rachid Hami, La mélodie muove i passi su un terreno già più volte esplorato dal cinema (sia sul versante dell’insegnamento che sullo specifico musicale: basti pensare a Les Choristes o a La famiglia Belier) e indaga il classico rapporto tra maestro e studente. Il film di Hami non è certo un capolavoro, ma senza pretese e nella semplicità della sua vicenda si accosta a un tema classico – l’influenza dei maestri sugli allievi, ma anche la passione che si rinnova negli insegnanti attraverso di loro – attraverso la delicatezza delle immagini, i dialoghi improvvisati o le situazioni genuine. La narrazione è lineare e scivola via liscia, i personaggi si scoprono pian piano, non ci sono colpi di scena inaspettati né sorprendenti svolte drammatiche o sentimentali: ma il film ha il merito di lasciare nello spettatore una speranza. In un Festival in cui non manca mai il cinismo, ben venga un messaggio positivo come quello lasciato da La mélodie. (mn)

(Recensioni di Antonio Autieri, Letizia Cilea, Marianna Ninni)