Siamo agli sgoccioli alla 74a Mostra del cinema, di cui sabato sera 9 settembre saranno consegnati i premi. Sono passati gli ultimi film in gara, di due giovani registi. Hannah di Andrea Pallaoro era il quarto film italiano in gara, anche se è tutto recitato in francese (con pochissimi dialoghi, peraltro). Film d’autore rigoroso ed ermetico, sicuramente per pochi, che trova la sua strada ideale in un festival ma molto difficilmente un suo pubblico. Il film è tutto costruito su Charlotte Rampling (l’Hannah del titolo), brava come lo è sempre, che vediamo prima con il marito, poi condurlo in prigione dove il coniuge va a costituirsi; pian piano intuiamo una cruda verità che riguarda l’uomo che ama, con conseguenze dolorose tra cui la rottura totale dei rapporti con il figlio (e con il nipotino). Qualche scena intensa, pochissime parole, lunghi silenzi. E un senso di affettazione e fredda ricercatezza – tratto comune di alcuni talenti nostrani: peraltro Pallaoro vive negli Stati Uniti – che alla fine respinge più che avvicinare al cuore della vicenda. (aut)

Molto meglio l’ultimo film del concorso, che veniva dalla Francia. Myriam e Antoine Besson hanno divorziato e la donna cerca in tutti i modi di ottenere la custodia del figlio Julien per proteggerlo da un padre che lei descrive come pericoloso e violento. Antoine, al contrario, vuole solo poter far parte della vita dei suoi figli e, dato che la più grande, Josephine, ha ormai l’età giusta per decidere se vederlo o meno, la sua unica speranza è riposta solo nell’undicenne Julien, di cui ottiene la custodia congiunta. Il ragazzino, che non ha voce in capitolo, si trova così in mezzo al complesso rapporto tra i due adulti. È un esordio alla regia di gran respiro Jusqu’a la garde dell’attore Xavier Legrand (in italiano, L’affido). Una storia sviluppata attraverso tocchi di grande intensità drammatica in un film che assume i contorni di un thriller e che tiene ben agganciato lo spettatore che, coinvolto dalla vicenda, vuole scoprire chi tra i due genitori “sta mentendo meno”. Ben attento a non scivolare nel facile pietismo o nei luoghi comuni, Jusqu’à la garde affronta con onestà una tematica urgente e attuale come quella della violenza su donne e figli, mettendo in luce il netto contrasto tra l’esigenza di bene sincero dei ragazzi e quella di possesso mascherato da amore dei più grandi. Attraverso l’imponente presenza di Denis Ménochet nel ruolo del padre e quella fragile di Thomas Gioria e di Léa Drucker nei panni della madre, il regista francese dirige un racconto che nella sua semplicità centra il bersaglio ed emoziona molto più di tanti film autoriali, ma poco sostanziosi. (mn)

Fuori concorso c’era una certa attesa per Il colore nascosto delle cose: dopo il documentario Per altri occhi, Silvio Soldini si accosta ancora una volta al tema della cecità attraverso la relazione tra Teo ed Emma. Lui, affermato pubblicitario, vive perennemente incollato al telefono, evita qualsiasi assunzione di responsabilità nelle relazioni, salta quando può da un letto all’altro e ha un rapporto freddo e distante persino con i suoi famigliari. Lei, osteopata privata della vista a soli 17 anni, si è rimessa in piedi con coraggio, ha trovato il modo per continuare ad amare la vita, affrontando il suo handicap con dignità, fa un lavoro che le piace e dedica il suo tempo libero a ragazzine che, come lei, si sono ritrovate ad affrontare questo dramma. Affidandosi a una regia controllata che non si fa mai invadente, una narrazione classica che segue un percorso abbastanza scontato, uno stile misurato, Soldini prova ad emozionare con la storia di questo antieroe in grado insieme ad Emma ad amare oltre le apparenze e a riscoprire il colore nascosto delle cose. Seppur sincero nelle intenzioni di raccontare la forza dell’amore che vince sopra ogni cosa, il film del regista italiano è poco incisivo, ha uno sviluppo a tratti banale e forza un po’ troppo il finale, rendendo poco credibile l’intera vicenda. Così come il cambiamento repentino di Teo. Peccato per Valeria Golino che con la sua incredibile interpretazione spreca una bella occasione. (mn)

La sezione Orizzonti ha visto invece il passaggio dell’esordio di Cosimo Gomez con la commedia nera, davvero scorrettissima, Brutti e cattivi in cui una banda di personaggi trucidi come non mai prepara un colpo da 4 milioni di euro, disposti pure a farsi qualche anno di prigione per poi riprendersi un malloppo messo al sicuro. La particolarità è che la banda è fatta da persone ai margini della società: il Papero è senza gambe, la sua fidanzata Ballerina è senza braccia, il loro “aiutante” Giorgio Armani detto il Merda è un tossico che si è ormai fumato il cervello, mentre Plissè è un nano. Il piano sembra geniale, ma gli imprevisti non mancheranno. Sicuramente l’idea di non fermarsi al pietismo politically correct – come nel caso di Soldini – è interessante, ma la prima parte è davvero troppo trucida e respingente per divertire davvero (almeno chi scrive). I continui colpi di scena sono ben congegnati, anche se tra una volgarità e un effetto splatter. Poi l’ultima parte diventa quasi sentimentale, per un esordio sicuramente originale ma forse meno di quanto vorrebbe. (aut)

Molto tradizionale, pur nella durezza dei toni utilizzati, è Veleno di Diego Olivares che ha chiuso come evento speciale l’autonoma Settimana Internazionale della Critica. Un dramma sulla terra dei fuochi in cui due fratelli e le rispettive famiglie vengono assediati da una potente famiglia della zona perché vendano i propri terreni per l’ampliamento di una discarica: ogni mezzo sarà lecito per convincerli. Il film sfodera un bel cast (in cui primeggiano l’ottimo Massimiliano Gallo e un inedito Nando Paone in un ruolo ambiguo, ma ci sono anche Luisa Ranieri e Salvatore Esposito star della serie Gomorra) ma ha una scansione degli eventi con poco mordente, senza contare dialoghi non sempre particolarmente efficaci. Il tema “forte” meritava un’altra cura e maggior qualità complessiva. (aut)

(recensioni di Marianna Ninni, Antonio Autieri)