Oggi parliamo di uno dei favoritissimi per la vittoria del Leone d’oro alla Mostra di Venezia (che volge al termine). O quanto meno per qualche premio importante.

Autore teatrale e già regista delle dark comedy In Bruges e 7 Psicopatici, Martin McDonagh si fa avanti con Three Billboards outside Ebbing, Missouri mescolando ai suoi toni dark una più approfondita drammaticità e un’azzeccata contestualizzazione nel panorama americano (politico, ideologico e morale) del ventunesimo secolo. Tre manifesti commissionati da un’arrabbiatissima Frances McDormand, qui nei panni della protagonista Mildred, compaiono su una strada alle porte della città di Ebbing e minano la credibilità dello sceriffo Bill Willoughby, colpevole di non aver trovato l’assassino e stupratore di Angela, figlia della donna uccisa nove mesi prima. La provocazione genera il caos e divide la città, tra chi si schiera con lo sceriffo, uomo onesto ma con scarse risorse e malato di cancro, e chi invece supporta Mildred, donna ferita e pronta al sacrificio. Sullo scontro tra lo sceriffo e la donna si gioca la definizione di tutto il metro morale degli altri personaggi, che vedono nella figura dell’agente Dixon – il magistrale Sam Rockwell – una sintesi: squilibrato e integralista come Mildred, ma capace di un’evoluzione e di un’intelligenza del reale inaspettati. McDonagh trova nella sagacia delle battute la riuscita dei dialoghi ed evita stereotipi e sentimentalismi pietistici verso i personaggi, i quali emergono in tutta la loro umanità – e brutalità – in un’equilibrata delicatezza. Peccato però che il solido castello costruito sul carisma dei personaggi inizi a vacillare proprio sul finale, e a causa degli stessi protagonisti: il regista cade in quegli stereotipi che per tutto il film era riuscito ad aggirare, facendo impattare la classica logica del cinema western del buono “brutto-duro e cattivo” che è in grado di farsi giustizia da solo contro il male, con un tentativo, appena sussurrato nelle ultime battute, di recuperare un riscoperto senso del rispetto della vita che non appartiene ai personaggi fino a quel momento descritti. E che con un brusco twist gli viene affibbiato in una chiusura che non offre degna conclusione ad una storia fino a quel momento portata a buoni livelli. (lc)

Certo quei livelli non li raggiunge Mektoub, My Love: Canto uno (più che un titolo, una minaccia: si parla di una trilogia) del francotunisino Abdellatif Kechiche, già vincitore del Gran premio della giuria dieci anni fa con Cous Cous. A quattro anni dalla vittoria a Cannes con La vita di Adele, Kechiche come sempre punta su corpi in mostra, evoluzioni sessuali, sentimenti proclamati a ogni piè sospinto: un cinema epidermico, in cui ragazzi o giovani cercano l’amore e raramente lo trovano. Qui, in tre ore di dialoghi e scene estenuanti per chiacchiere sul nulla, balli scatenati in discoteca o nei locali e scenate di gelosia, vediamo l’estate 1994 del protagonista Amin (figura probabilmente autobiografica), di ritorno da Parigi dove alterna il lavoro di cameriere e i tentativi di scrivere per il cinema, insieme al cugino Tony, all’amica Ophelie che dovrebbe sposare un militare sempre in missione e che intanto lo tradisce con lo stesso Tony, due turiste di Nizza e una marea di altri personaggi, quasi tutti con l’unico obiettivo di flirtare, scambiandosi l’oggetto delle attenzioni di continuo con altri personaggi senza soluzione di continuità. A Kechiche non mancano capacità di rendere la giovinezza e l’adolescenza, ma sta buttando via il suo talento. E i pochi momenti veri – Amin assiste spesso con divertito distacco alle mosse di chi gli sta intorno – si perdono in un marea di immagini buttate allo spettatore senza filtro (ma il montaggio non esiste?). (aut)

Molto meglio Angels Wear White della regista cinese Vivian Qu, che si era fatta apprezzare a Venezia alla Settimana della critica 2013 con l’opera prima Trap Street. In un albergo in una piccola città sul mare, una sera un uomo si presenta con due bambine: alla reception c’è Mia, una straniera che non ha i documenti in regola. Lei non ci vede chiaro, tanto che filma immagini ambigue dalla telecamera di sorveglianza. Ma quando la polizia irrompe – le accuse all’uomo sono di abusi sessuali sulle due bambine – cede alla paura per le minacce del direttore; anche se proverà a ricattare l’accusato. Un film, come altri recenti, che registra la decadenza morale, la perdita di identità (simboleggiata da un’enorme statua pacchiana di Marilyn Monroe sulla spiaggia) e la brama di denaro della società cinese. Di umanità se ne vede poca: molto bella però la figura di una donna, avvocato di una delle famiglie coinvolte, che ha gesti di comprensione e tenerezza verso una delle bambine (maltrattata dai – pessimi – genitori separati). Finale pessimista e amaro. (aut)

Un’occhiata a un titolo fuori concorso, con Loving Pablo di Fernando León de Aranoa. Il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar viene spesso raccontato nel cinema e televisione recenti, su tutti la serie Narcos e il film Escobar: lì c’era Benicio Del Toro, qui Javier Bardem, che pur non arrivando alla potenza luciferina del collega regge bene la parte. Meno convincente Penelope Cruz (sua moglie nella vita) nei panni vistosi di una giornalista-star della tv colombiana degli anni 80, che divenne amante del criminale. Il regista racconta l’ascesa irresistibile e la caduta, in modo complessivamente efficace ma poco sorprendente, anche se alcune scene rimangono impresse (le più violente). Piuttosto disturba che una storia così sudamericana sia girata tutta in inglese (pur se con forte accento ispanico: ma l’effetto a volte è comico), come avviene normalmente per i grandi film internazionali: per una volta, il doppiaggio dovrebbe migliorare il film e non peggiorarlo. (aut)

(recensioni di Letizia Cilea, Antonio Autieri)