Molti lettori, appassionati di film ma magari poco interessati al “mondo” del cinema, si saranno chiesti chi era questo anziano signore di cui tutti i giornali hanno parlato nei giorni scorsi. Qualcun altro, magari più avvezzo alle cronache cinematografiche su quotidiani e in tv, il nome di Gianluigi Rondi l’avrà sentito nominare qualche volta. Altri, i più attenti e informati, sapevano forse – magari per aver visto qualche volta la premiazione di consegna dei premi – che aveva a che fare con i David di Donatello, trasmessi per anni in Rai (in diretta o in differita) e quest’anno per la prima volta su Sky. Ma la vita di Rondi, scomparso pochi giorni fa a 94 anni, è molto di più: un curriculum sterminato, difficilmente sintetizzabile, per un uomo che ha segnato un’epoca e vissuto le stagioni d’oro del cinema italiano. In poche parole – come in parte avrete già letto anche qui – si può dire che negli ultimi anni in effetti il suo impegno principale era quello presidente dal 1981 dell’Accademia del Cinema Italiano che assegna i già citati David, ma anche uno dei primi e più longevi critici cinematografici: dopo alcuni giornali minori, iniziò a scrivere sul quotidiano Il Tempo per il quale collaborò ininterrottamente, fino all’ultimo, dal 1946. Inoltre diresse, organizzò, ideò numerosi festival: fu due volte direttore della Mostra di Venezia (1971-1972, gli anni bui del dopo ’68 quando la Mostra eliminò i premi e imboccò un triste declino, e poi il rilancio dal 1983 al 1986), ma anche in seguito presidente della Biennale cui è affidato il festival veneziano; fece diventare gli Incontri Internazionali di Sorrento un appuntamento di prestigio (dedicato ogni anno a una cinematografia diversa), fu presidente in anni recenti del festival di Roma (in mezzo a turbolenze politiche), con una felice accoppiata con il direttore Piera Detassis, e giurato in tutti i principali festival, compresi Berlino e Cannes. E poi curatore di cicli in tv (quando la tv era più attenta al cinema), regista di documentari, collaboratore a sceneggiature altrui (l’amato Renè Clair, Pabst, Mankiewicz, Ladislao Vajda). E molto altro ancora.

Soprattutto, Rondi era un uomo che in oltre settant’anni di attività variegate nel nome del cinema, aveva saputo costruire una rete di relazioni fortissima e indistruttibile: dai rapporti di una vita con personaggi come Anna Magnani (che con lui, per esempio, si confidava furibonda e afflitta ai tempi della clamorosa rottura con Rossellini che la lasciò per Ingrid Bergman, di cui pure divenne amico) o gli amati Federico Fellini e Vittorio De Sica a quelli più faticosi, costruiti magari dopo scontri anche vivaci; celebri un’invettiva di Pasolini (che lo definì ipocrita, prima di diventarne amico) o gli attacchi di Antonioni (da lui apprezzato ma con cui ci furono numerose incomprensioni per giudizi che il regista visse male). E tanti altri, rievocati in libri, biografie, memorie, raccolte di lettere (strepitoso il recente volume Tutto il cinema in 100 (e più) lettere, con i carteggi intercorsi con vari registi e attori). Il sodalizio politico con la Democrazia Cristiana e in particolare con Giulio Andreotti gli costò diffidenze in ambienti politici di sinistra, nonostante provenisse da un cattolicesimo “di sinistra”: fu partigiano – coraggiosissimo: una volta si travestì da ufficiale nazista per farsi consegnare un italiano destinato alla fucilazione, senza mai vantarsi di questo episodio – per una formazione che si rifaceva al movimento dei Cattolici Comunisti, diventato dopo la guerra il Partito della Sinistra Cristiana (che avrà vita breve). Ma nel tempo essere stretto collaboratore e amico del “divo Giulio”, appartenere all’odiata DC e vicino ai suoi governi con incarichi vari e avere tanti amici in Vaticano – che lo considerava un punto di riferimento nel cinema – compresi alcuni papi e cardinali fece di lui un bersaglio in chi non tollerava di “contendere” posizioni di potere in questo ambiente con l’esponente di una cultura cattolica che non accettava di mettersi da parte. Perché il potere sicuramente Rondi l’aveva, lo frequentava, lo usava: ma sempre per una finalità, sempre a vantaggio dell’amato cinema (in particolare il cinema italiano, di cui si considerava amico e protettore). Per questi motivi e per questa “appartenenza”, pur vissuta con garbo e senza manicheismi, negli anni di Venezia post ’68 divenne il bersaglio di contestatori iconoclasti che lo rappresentavano come il peggio del conservatorismo; eppure quegli stessi avversari si ritrovarono spesso a essere premiati, protetti, difesi da quell’uomo che aveva un carattere fumantino e talvolta permaloso, ma che era incapace di provare rancore a lungo. Così collaborò e rafforzò legami con i vari Lizzani e Pontecorvo (direttori a Venezia prima e dopo di lui), Bertolucci (che mise a presiedere una giuria certo non vicina alle sue idee), Maselli, Taviani e tanti altri registi “rossi”. Perché Rondi preferiva essere amico di chi gli diventava interlocutore. Per interesse, sostenevano i denigratori. Per precisa strategia – le cose si costruiscono meglio insieme ad altri – e per attitudine. Così appunto, nel tempo, tanti “nemici” politici diventarono carissimi amici.

Altra sua specifica caratteristica era quella – lui irriso ormai da vari decenni a denti stretti come simbolo del “vecchio che resiste” – di valorizzare giovani di valore o promettenti: critici, direttori di festival (magari già di mezza età ma “bambini” al suo confronto), registi emergenti o in crisi di autostima da sostenere come amico, protettore, confidente. A volte neppure ricambiato con altrettanta generosità. Aveva i suoi gusti e le sue idiosincrasie, ma sapeva non tenerne conto quando occorreva. E, dall’alto di una vita e una carriera incredibile, aveva la magnanimità di perder tempo con “ragazzini” cui si premurava di fare telefonate di complimenti, inviti, piccoli riconoscimenti. Cosa ci guadagnava? Personalmente, ritengo nulla. Un pizzico di vanità nel sentirsi circondato di amici, contatti, conoscenti? Forse, ma soprattutto il tentativo di aiutare in ogni modo quel Cinema che tanto amava, cui aveva dedicato tutta la vita in varie forme. E far crescere altri in questa strada era uno di quei modi: sempre che si avesse la stessa umiltà nell’accettare consigli o nell’apprezzare lo stile elegante – di scrittura e di vita – di un Maestro. Chi scrive non può che ricordare, commosso, le tante dimostrazioni di stima e affetto gratuite che questo grande uomo ha avuto per lui; un affetto che – permettetemi la prima persona singolare, per una volta – ho cercato di ricambiare, anche a costo di incomprensioni (parlar bene di certe persone suscita ironie in certi ambienti meschini) con chi continuava ad amarlo poco e a non capirne la grandezza. Che adesso, come spesso accade, gli è stata tributata al passo d’addio. Ma nonostante le medaglie, gli incarichi, le onorificenze (ne collezionò a centinaia, in Italia e nel mondo: tantissime pure dai paesi comunisti negli anni della Guerra fredda, a dire quanto fosse fuori dagli schemi il “democristiano” Rondi), a Gianluigi interessava il talento e il bello che trapelavano da un film; e scoprirlo magari in un nuovo autore lo faceva ancora trepidare in tarda età. Ora, dopo una vita ad apprezzare la bellezza nell’arte cinematografica, la vedrà compiersi in tutto il suo splendore nel grande spettacolo della Bellezza eterna.

Antonio Autieri