Sembra una famigliola perfetta, e l’aspirazione della capoclan Cristina è proprio che lo sia: i figli vengono svegliati la mattina al suono di frasi energetiche e dettate da ottimismo della volontà; il maritino è “gasato” da propositi di promozione, nell’azienda Manetti che dà lavoro a tutto il paese; lei stessa controlla che tutto in casa e in famiglia sia sotto controllo. Come la polvere sulla foto del fratello defunto. Solo che lui, lo zio Ciro cui tutti rivolgono pensieri devoti davanti all’altarino casalingo, defunto non è: e un giorno dalla questura Cristina – che in realtà si chiama Carmela, anche se vorrebbe dimenticarsene – viene convocata perché Ciro, delinquente e forse camorrista, in attesa di processo ha scelto casa sua per gli arresti domiciliari. E aldilà dei suoi crimini, Ciro porta con sé una colpa ancora maggiore: ricorda a Cristina alias Carmela di essere meridionale.

Luca Miniero, sull’onda dei precedenti Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord, continua a proporre l’eterno scontro tra Nord e Sud (in realtà oggetto anche del piccolo e delizioso Incantesimo napoletano con cui debuttò, a fine anni 90, in coppia con Paolo Genovese), in questo caso ambientando la storia in una Bolzano che non viene nominata) tutta chalet e stereotipi. Il film, che non parte più da una commedia francese da cui trarre un remake bensì è originale (ma non troppo…), punta tutte le carte su caratteri semplici e molto marcati e sulle performance degli interpreti; in particolare Paola Cortellesi, brava anche se poco credibile come napoletana rinnegata, e Rocco Papaleo scatenato da par suo. Ma sono funzionali, anche se un po’ compressi, anche il marito succube Luca Argentero, Alessandro Besentini in arte Ale (e il suo compare Franz appare in un cameo) e la “sciura” Angela Finocchiaro deliziosamente perfida come sa essere. Alcune gag funzionano (la cena rovinata da Ciro, spacciato per maggiordomo; le gaffe della Cortellesi con la Finocchiaro), altre molto meno (il gatto morto); alcune situazioni potevano essere sviluppate di più (il marito che si rifugia in una stanza a sé riservata a giocare ai trenini, la coppia di poliziotti interpretata dagli ottimi Marco Marzocca e Massimo De Lorenzo), altre sono risolte malissimo (la discesa dai vertici dell’azienda di Luca Argentero – che di cognome fa Coso, tanto per sottolineare la sua impalpabilità – ormai in disgrazia). Si vorrebbe graffiare con il ritratto di una provincia nordista gretta e approfittatrice (quando si scopre che in paese c’è un boss, per paura o per interesse, tutti lisciano il pelo alla famiglia), ma nonostante gli sforzi degli attori non è convincente questo lato della storia, con il capo azienda – incapace, e poco stimato dalla moglie ereditiera che rimpiange il padre fondatore – pronto a fare affari anche con i clan della Camorra. Anche l’epilogo zuccherino e retorico suona telefonato: e la foto che svela il passato doloroso dei due fratellini fa rimpiangere una scrittura più solida e una convinzione maggiore, che avrebbe condotto al finale con una varietà di toni in cui anche il sentimento fraterno potesse risultare sincero e non ruffiano.

Così, Un boss in salotto è invece solo una garbata commedia minore, che si contenta di inventare – come spesso succede – uno spunto iniziale curioso ma di proseguire poi per strade prevedibili. Una commedia certo professionale nella confezione e senza troppe sbavature, che si fa vedere e strappa qualche sorriso, ma anche che non sembra destinata a imprimersi nella memoria. Vi rimane, e parecchio, solo la splendida “Ti leggo nel pensiero” di Francesco De Gregori sui titoli di coda: c’entra poco o nulla con il film, ma rende quasi indimenticabile la conclusione di un film così così.

Antonio Autieri