Cosa deve fare un film brillante se non decisamente comico? Far ridere. Non basta? Allora diciamo che è meglio se riesce a farlo intrattenendo con ritmo il pubblico, senza farlo distrarre un secondo; e se poi lo fa con una certa intelligenza e senza troppe volgarità – come a volte sembra impossibile – allora l’obiettivo è raggiunto. Solo pochissime, ma qui siamo dalle parti del capolavoro “di genere”, colgono tale obiettivo volendo anche comunicare qualcosa di importante. Magari non è quest’ultimo il caso del film La peggior settimana della mia vita. Che punta invece ai tre obiettivi di cui sopra: far ridere, intrattenere il pubblico, con intelligenza. E ce la fa alla grande.

Il debutto alla regia dello sceneggiatore Alessandro Genovesi (già autore dello script di Happy family, da lui portato anche a teatro) è tratto da una serie tv inglese della BBC. E di inglese c’è qualcosa: un ritmo svelto, tempi comici perfetti, tanti attori in palla e sintonizzati tra loro, e alcuni di questi campioni di un umorismo che è un mix tra tradizione italica ed echi “british”. A cominciare da Fabio De Luigi, che da sempre viene considerato il più “inglese” dei nostri comici, e che qui trova la sua interpretazione migliore (dopo quella, già notevole, di Happy Family e il brutto passo falso di Maschi contro femmine). Nella misura di 90 stringatissimi minuti (perfino pochi: nel finale si corre un po’ troppo), il film ripercorre – dopo un bell’incipit sui titoli di testa, che ci fa vedere alcuni tra gli scorci più belli del centro di Milano – la settimana che precede il matrimonio tra Paolo e Margherita, che dopo un anno di convivenza si sono decisi al grande passo. Lui è un pubblicitario arruffone e bonario, lei una dolce rampolla di una ricca famiglia borghese con grande casa sul lago di Como. Famiglia, non senza tic malcelati dietro ricchezza ed eleganza – che detesta il futuro sposo: i suoceri lo considerano una nullità, la sorella minore di Margherita lo guarda con disprezzo, la nonna pure, e perfino l’adorato cane Ettore non sembra amarlo. Sarà proprio il cane, insieme a un terrificante gulasch, tra le cause scatenanti di una serie di infortuni e gaffe da brivido, che metteranno a repentaglio le nozze. E ci si mettono anche il testimone dello sposo, napoletano e sopra le righe, un’altra donna innamorata pazza di Paolo, e ovviamente Paolo stesso: imbranato, indeciso, pauroso, che più vuol piacere ai suoceri e più fa, sempre, la cosa sbagliata in ogni momento; perfino, anzi soprattutto, quando crede di avere in pugno la situazione. Riusciranno i due colombi a farsi unire in matrimonio dal prete (un po’ troppo nervoso anche lui)?

Un primo, evidente riferimento del film di Genovesi è la trilogia di Ti presento i miei, anche se per fortuna si riescono a evitare le scivolate nel trash dei film con Ben Stiller e Robert De Niro. In realtà, se il modello non pare troppo alto, si pensa più volte anche a una commedia inglese (non a caso) come Quattro matrimoni e un funerale con Hugh Grant (imbranato quanto De Luigi), il punto iniziale ma anche il più alto (dopo ci sono state solo rimasticature meno riuscite) di un filone britannico nato sotto l’egida della mitica casa di produzione Working Title. Qui da noi, dietro al film, c’è invece la Colorado Film che ha prodotto tutti i film di Gabriele Salvatores (e realizza il programma tv Colorado Cafè), che ha allestito un cast sontuoso: accanto a De Luigi, la brava Cristiana Capotondi, l’esilarante Alessandro Siani (che dopo il successo di Benvenuti al Sud accetta, con intelligenza, il ruolo di spalla di lusso) e poi uno stuolo di grandi come lo strepitoso suocero Antonio Catania, la suocera Monica Guerritore, la toscanaccia Chiara Francini, la nonna Gisella Sofio… E, in un finale con un pizzico di romanticismo forse eccessivo, anche una coppia di cantanti che tengono testa anche come recitazione a questi attori come Andrea Mingardi e Arisa.

È chiaro: non ci sono troppi piani di lettura, non si vogliono neanche sfiorare accenti seri sul matrimonio e sulla famiglia (comunque non irrisa): al massimo c’è un pizzico di satira sociale su un gruppo di ricchi sull’orlo di una crisi di nervi; e su un’aspirante sposa con il (fallace) mito della perfezione di un uomo che perfetto non lo sarà mai. Ma chi non ha preclusioni contro una sana boccata d’ossigeno, e anzi cerca una comicità che non faccia vergognare di ridere di gusto, ha trovato il suo film.

Antonio Autieri