Ficarra e Picone, al quinto film, firmano per la seconda anche la regia (nei primi film si facevano aiutare da sodali di poco spessore, ma funzionali a esaltarne la comicità). Come al solito, mantengono i loro nomi come ogni maschera che si rispetti (da Totò, che pure a volte prendeva altri nomi, a Checco Zalone). Salvo, ovvero Salvatore (Ficarra), ha moglie e figlia, Valentino (Picone) è single ed è legato a loro da lunga amicizia; a causa della crisi e del lavoro che non c’è, decidono di andarsene dalla grande città, ovvero Palermo, e andarsene a quel paese… Ovvero il paesello d’origine, Monteforte, pur controvoglia. Salvo in particolare non avrebbe nessuna intenzione di trasferirsi dall’odiata suocera (che ricambia i suoi sentimenti con disprezzo); Valentino ritrova invece la sua vecchia fiamma, ma ormai fidanzata con un altro. Per i due amici, e anche vicini di casa (li divide solo un muro, che fa una brutta fine…), tutto cambia quando da Salvo e da sua moglie, o meglio in casa della suocera, fa il suo ingresso un’anziana zia; da lì scatta l’idea di trasformare la casa in un piccolo ricovero per anziani soli, tutti felici di farsi compagnia. E Salvo e signora, con l’appoggio di Valentino, a gestire il business reso solido dalle pensioni degli ottuagenari. Le cose vanno a gonfie vele, anche economicamente, quando dopo un anno l’età e qualche distrazione iniziano a mietere vittime nel piccolo gruppo di danarosi clienti… Bisogna escogitare un’idea, e quella ideata da Salvo a Valentino non piace per nulla.

Replicando per l’ennesima volta lo schema della coppia formata da uno scaltro senza scrupoli (Ficarra) e un ingenuo fino alla dabbenaggine, Ficarra e Picone danno spesso l’impressione del già visto. E se Ficarra ha battute (alcune con il meccanismo ciclico del “tormentone”) e tempi comici convincenti, Picone ormai è una maschera troppo risaputa e stucchevole, che non prova mai a ribellarsi neppure di fronte alle peggiori angherie dell’amico. Ma fino a un certo punto Andiamo a quel paese si segnala per l’originalità e anche “cattiveria” di una storia quasi noir, che oltre a citare, fino al plagio (in due occasioni), un capolavoro come I ragazzi irresistibili con Walter Matthau e George Burns, guarda – alla lontana – a modelli “neri” come Arsenico e vecchi merletti, scherzando sulla morte e sul cinismo di chi vuol far soldi con le pensioni di un gruppo di poveri vecchi. Avvalendosi di interpreti di classe che vengono dal teatro come Lily Tirinnanzi, nei panni della zia, e di Mariano Rigillo in quelli del parroco, ma anche del redivivo Francesco Paolantoni pur nella parte un po’ risaputa del carabiniere un po’ allocco.

Quando però, nella seconda parte, la vicenda paradossale di un finto matrimonio di convenienza apre ad argomenti “seri”, le cose iniziano a peggiorare; fino a una parte finale, che vede coinvolto il parroco del paese, prima animato da sacro fuoco morale, poi in realtà costretto a svelare un segreto inconfessabile. Niente di cui scandalizzarsi, ma delude parecchio la scivolata nel sentimentalismo vacuo che vorrebbe con superficialità esaltare l’amore che vince ogni cosa, nonché la critica di vecchie “regole” che devono cambiare in “questo Paese” (e visto che si allude al celibato dei preti, non è inutile ricordare che esiste ovunque ci sia la Chiesa Cattolica e non solo in Italia…). Non un film anticlericale, anzi, ma che sembra auspicare una “nuova Chiesa”. Ma mica per davvero, solo per adeguarsi furbescamente a un presunto spirito dei tempi. Peccato, perché se con La matassa Ficarra e Picone ci avevano fatto pensare a una coppia divertente ma anche capace di emozionare e intenerire, qui a qualche risata e gag riuscita e a qualche tratto di originalità si accompagna una generale stucchevolezza e un finale così melenso da far cadere le braccia.

Antonio Autieri