Alejandro Agresti è regista di buoni sentimenti e di facili scorciatoie. Come già nel precedente “Valentin”, punta su un coinvolgimento emotivo forte, su personaggi teneri anche quando soffrono, su tensioni vere che poi si sciolgono in maniera un po’ facile. In questo caso, i due protagonisti sono due coniugi separati dalla vita: la moglie insegue quello che sembra un vecchio smemorato, apprezzato nel paesino dove si è rifatto una vita. La storia procede tra dolore e sorrisi, con figurine di contorno buffe e drammatiche al tempo stesso, e ci sono qua e là spunti interessanti. Ma la somma è insoddisfacente, a cominciare dalla battuta che dà il titolo originale, “Un mundo menos peor”: «Sognavi un mondo migliore, non potremmo accontentarci di un mondo meno peggiore?», a significare la sconfitta di “ideali” (comunisti) e utopie. “Si può essere felici se si rinuncia agli ideali” dice con tristezza il protagonista: ma gli ideali sono meglio di tutto, “anche degli amici!” Bah…,Tra lesbiche improbabili, innamorati che non credono all’amore (il ragazzo che fa la corte alla figlia di Cholo, racconta come è finito il suo matrimonio: “Non riuscivo a fare la vita che volevo”…) e i soliti moralisti bigotti da condannare, un film debole e “perdibile”, che ha solo un punto di forza: il finale commovente, anche se facile, in cui la famiglia si ricompone. Dopo tanto grigiore e sofferenza, un sorriso che non punisce ulteriormente lo spettatore, ma gli regala una nota di speranza con cui andare a casa.,Antonio Autieri