La maledizione di una strega trasforma una ragazza in una vecchietta: l’unico che forse può rompere l’incantesimo è Howl, misterioso mago che vive in un castello che cammina. Nel frattempo, infuria la guerra tra il regno della fanciulla e quello confinante.

Tratto dall’omonimo romanzo dell’autrice inglese Diana Wynne Jones. Ad un impianto narrativo da fiaba classica, Miyazaki sovrappone impressioni di gusto orientale, dove la magia “sgretola” sempre più la trama e con essa ogni passaggio logico. Emblema di questo sovvertimento lo stesso castello del mago, dapprima casa senza fondamenta, poi misterioso accesso a quattro luoghi differenti, e via via talmente imprevedibile nelle sue mutazioni, da essere non più struttura ma organismo vivente.,Il risultato è una storia fuori dal tempo e dallo spazio, in cui non esiste una netta distinzione tra Bene e Male, né evidenti legami di causa/effetto, ma solo mondi incantati liberamente associati. Spinto dall’imperativo sottinteso di tornare bambino, lo spettatore si abbandona ai viaggi dell’immaginazione ed è trasportato verso innumerevoli realtà, in una rete del possibile che pare non aver confini.

Nel linguaggio di un lirismo struggente – e qui rivestono un ruolo importante le bellissime musiche di Joe Hisaishi – il fantastico evoca sensazioni e suggestioni proprie del tempo dell’infanzia. Di qui il motivo nostalgico, uno dei temi portanti del film: nostalgia della giovinezza, o meglio di quel sentimento inconsapevole della giovinezza che porta a vivere l’immaginazione come arricchimento della realtà e non fuga da essa. “Che mistero, io ho la sensazione di esserci già stata in questo posto… Mi vengono fuori le lacrime”, sono le parole della protagonista Sophie di fronte ad un magnifico paesaggio creato da Howl: nell’immaginazione, la ricerca della bellezza diventa ritorno a casa. Non solo: un ritrovato sguardo aperto sulla realtà vince paure e divisioni. Candidato al premio Oscar come miglior film d’animazione.

Maria Triberti