Asa è un ragazzo sui vent’anni e vive con la famiglia in una tenda nel cuore del deserto kazako. Vorrebbe seguire la strada del padre, diventare pastore, “costruire un piccolo angolo di paradiso, qui sotto il cielo stellato della steppa”. Tuttavia, prima di aver diritto ad una parte del gregge, deve trovare moglie e l’unica ragazza libera nelle vicinanze è Tulpan (“tulipano”), presenza invisibile (non la vedremo mai per tutto il film) che sogna la città. Asa verrà più volte rifiutato per via delle sue orecchie a sventola. La storia è tutta qui.,Tulpan, vincitore a Cannes 2008 nella sezione “Un certain regard” , è un film giocato tutto su paesaggi poetici, orizzonti sterminati dove domina il silenzio, dove un temporale o una tromba d’aria invece che spaventare stupiscono con la loro bellezza. Una steppa dove forse si è un po’ poveri, dove si suda e si lavora, dove però ci si commuove per il canto di una fanciulla; un luogo, una casa dove un bambino ha spazi infiniti in cui correre e giocare, in cui trasformare con la fantasia una tartaruga in una macchinina da corsa. Un deserto in cui si hanno poche cose ma dove si è ricchissimi; talvolta si vorrebbe scappare, andare all’estero a cercare fortuna, ma appena provi ad andartene, la nostalgia di quella pace viene fortissima e ti fa tornare indietro. Infine un mondo dove si può amare la famiglia sempre unitissima, il gregge (fonte di vita e sostentamento) e soprattutto una ragazza che ti dà pena con i suoi rifiuti.,Tulpan non è un film semplice, ha un ritmo molto lento dove si percepisce lo scorrere di ogni singolo secondo (questo del resto è un po’ il marchio di fabbrica del cinema kazako, come quelli di Omirbayev). E’ quindi un film che richiede un certo impegno; se però si riuscirà ad accettarne le cadenze si entrerà davvero in un mondo incantato, mai descritto con tanta efficacia: un universo che due secoli fa portò un sensibilissimo ragazzo di Recanati a comporre “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. , ,Andrea Puglia