Fine anni 40: Freddie Quell è un ex marine, cui la guerra ha lasciato in eredità pesanti segni nel corpo, nella testa e nell’anima. Tra alcool e violenza, tra sentimenti autodistruttivi e un rapporto disturbato con le donne, Freddie è un disperato senza posto nella società. Finché incontra Lancaster Dodd, metà scienziato e metà santone: l’unico che sa leggerlo “dentro”, e che vuole salvarlo, redimerlo, guarirlo. Dodd, che si fa chiamare “Maestro”, è a capo di un gruppo che lo segue fanaticamente. E che accetta a fatica Freddie, a cominciare dall’inquietante moglie apparentemente dimessa e in realtà influentissima. Tra alti e bassi, tra entusiasmi e rivolte, l’ex soldato diventa un adepto del “metodo” della setta. Che non ammette dubbi e contestazioni (e quando un interlocutore esterno mette in luce le carenze di ragioni delle sue teorie, diventa vittima del nuovo zelante allievo). Ma è ben lontana da placare le sue ansie e le sue speranze: come quella di rivedere la donna da sempre amata.

In concorso alla Mostra di Venezia 2012, dove vinse il secondo premio per la miglior regia (ma meritava il Leone d’oro, al posto del violentissimo Pietà di Kim Ki-Duk) e la Coppa per i migliori attori ex aequo agli straordinari Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman (entrambi meriterebbero l’Oscar, per come rendono complessità, sfumature e anche fisicità dei rispettivi personaggi), The Master è la storia di un rapporto molto particolare, di dipendenza, soggezione, rifiuto e adesione a un “capo”. Ma in realtà c’è molto di più: Lancaster è per Freddie un rapporto anche affettivo, perché solo da lui si sente accettato (mentre la moglie di Dodd e il gruppo lo vedono appunto come un pericolo per il gruppo). Un rapporto controverso, malato ma a suo modo affascinante: perché intuisce come la chiave di una relazione sia basata sul desiderio di bene, di redenzione e di appartenenza; ma un rapporto che rimane manipolato dal possesso, dal potere e anche, banalmente, dalla fragilità di un capo “affascinante” ma che nasconde anch’egli non poche fragilità, miserie e contraddizioni.,Paul Thomas Anderson, che si conferma uno dei registi americani più importanti – e con un taglio d’autore più definito – dopo i precedenti Magnolia, Ubriaco d’amore e Il petroliere, con questo film si è ispirato alla nascita di Scientology e al fondatore Ron Hubbard, ma senza citarli per evitare grane legali (e comunque non sono mancate le proteste della setta ); siamo in ogni caso ben lontani dal film biografico o cronachistico, per libertà di narrazione e universalità di spunti. Tanto che alla fine il riferimento a quella controversa realtà diventa secondario. La materia non è sempre controllata con rigore, e nella parte finale (dopo uno “strappo” nel deserto che rimane l’immagine più forte del film) il film sembra spegnersi senza una chiusura all’altezza. Ma le sue qualità narrative e visive (la pellicola è stata girata in 70 mm, il formato più spettacolare), potenti e quasi debordanti, fanno di The Master un grande affresco d’epoca. Magari capace di turbare certe sensibilità – dei due protagonisti non ci vengono risparmiate le miserie, ma senza compiacimento – ma in grado di entrare in sintonia con chi al cinema non cerca solo facili risposte o storie edificanti e non si spaventa di fronte a uno sguardo su un’umanità malata e ferita che non si dimentica.

Antonio Autieri