I Tucci sono tornati e se ne vanno dall’Italia insieme ai concittadini di Torresecca. Si può sintetizzare così la trama di Poveri ma ricchissimi di Fausto Brizzi, sequel del fortunato Poveri ma ricchi dell’anno scorso. Come si ricorderà chi ha visto il film del Natale 2016, la famiglia Tucci da Milano era tornata nel Lazio pensando di aver perso tutti i soldi vinti alla lotteria. In realtà non è così. All’inizio di Poveri ma ricchissimi scopre che, grazie all’ingegno finanziario del giovane figlio e dell’ex maggiordomo, dispone ancora di ingenti capitali e decide di farli fruttare al meglio. Come? Indicendo un referendum nel paesello per uscire dall’Italia e non pagare le tasse… Torresecca diventa quinti un principato autonomo molto personale, guidato da Danilo e dalla sua famiglia. Inevitabilmente, però, sorgono i primi problemi e le difficoltà. Riuscirà Torresecca a rimanere indipendente?

Se Poveri ma ricchi era la trasposizione italiana di un successo francese, Poveri ma ricchissimi è un sequel originario italiano, diretto ancora da Fausto Brizzi, che lo ha scritto con Marco Martani, Luca Vecchi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro. Confermato il cast con Christian De Sica, Enrico Brignano, Lucia Ocone, Anna Mazzamauro e con le new entry di Paolo Rossi e Massimo Ciavarro. Se Poveri ma ricchi aveva buon ritmo e gag divertenti, Poveri ma ricchissimi risulta meno convincente. L’idea di partenza è interessanti ma le battute e le situazioni comiche sono meno coinvolgenti e ispirate rispetto al film del 2016. E i luoghi comuni sull’Italia abbondano (vedi la burocrazia imperante). La coppia Brignano-De Sica funziona, così come è decisamente brava Lucia Ocone (che ricorda sempre più Anna Marchesini). Ma cosa ci sta a fare Paolo Rossi in un film così? E perché lasciare a Ciavarro una debole parodia di 50 sfumature di grigio, insieme alla Ocone? Alla fine possiamo dire che Poveri ma ricchissimi sia stato un’occasione un po’ sprecata anche se il film non deraglia mai su strade troppo volgari (a parte qualche battuta della Mazzamauro). Serviva, però, un po’ di brio in più.

Aldo Artosin