Ai Campionati mondiali di judo, a Tblisi in Georgia, l’atleta iraniana Leila Hosseini è tra le favorite per la vittoria mondiale. Le gare la vedono inizialmente vincere in scioltezza e procedere sicura verso gli scontri decisivi, sostenuta da casa dall’amore del marito e del figlio e dal tifo di tanti amici che si sono radunati per vederla in tv. Ma quando dall’altra parte del tabellone procede con altrettanta sicurezza la campionessa israeliana Shani Lavi – con cui peraltro, tra un torneo e l’altro, è nata una simpatia e stima reciproca – una telefonata da Teheran del presidente della Federazione iraniana alla sua allenatrice Maryam (ex campionessa che si fermò a un passo dalla medaglia d’oro in un’olimpiade per un misterioso infortunio) reclama che Leila si fermi, simulando un problema fisico: impensabile che una rappresentante della Repubblica Islamica scenda sul tatami, il campo di gara, contro l’esponente di un «governo occupante», il Paese nemico per eccellenza. Leila, che è una musulmana convinta e utilizza come da prassi il velo anche nelle competizioni, non ha però nessuna intenzione di accettare l’ordine venuto dall’alto, direttamente dalla Guida Suprema del regime. Anche se il pensiero dei rischi che corrono i suoi parenti la angoscia, mentre le gare si susseguono senza pause e la sua testa vorrebbe concentrarsi solo sulle imminenti, delicatissime sfide sportive che la separano dalla vittoria…
Primo film nella storia diretto da un regista israeliano (Guy Nattiv) e una regista iraniana (Zahra Amir Ebrahimi), Tatami è una storia di rara potenza e un’opera cinematografica di straordinaria efficacia. Dal punto di vista strettamente filmico, l’uso di un bianco e nero sulfureo cala la storia in un clima plumbeo e universale (senza i cellulari potrebbe essere una storia di trent’anni fa, oppure si potrebbe riferire a qualsiasi altro paese dittatoriale); il montaggio serrato esalta sia le scene di lotta sul tatami, con combattimenti caratterizzati da scontri duri e prese al limite del soffocamento ma anche correttezza e rispetto reciproco, che i momenti di preparazione, combinando anche lunghi piani sequenza tra i corridoi del Palazzo dello Sport che ospita gli incontri; senza parlare della concitazione che segue le minacce telefoniche crescenti che arrivano all’allenatrice Mariam e i colloqui sempre più tesi tra Leila e il marito. Molto apprezzabili le musiche, sia all’inizio del film che nella playlist che l’atleta utilizza per concentrarsi, che sembrerebbero rap di cantanti orientali e che rafforzano l’impressione di una donna calata nel suo ambiente culturale così tradizionale eppure moderna e con la voglia di difendere la propria identità.
Ma ovviamente in Tatami – passato alla Mostra di Venezia 2023 nella sezione Orizzonti – sono i temi di fondo che coinvolgono ed emozionano lo spettatore, che si trova a parteggiare subito per un’atleta davanti a una scelta terribile: rispettare il volere del regime, come Maryam le implora di fare (con gli sguardi colpevolizzanti delle compagne di squadra), o continuare a combattere, per la medaglia d’oro e per la libertà, consapevole che da quel momento non avrebbe più la sua amata patria e metterebbe a rischio gli anziani genitori, costringendo anche il figlioletto e il marito a fuggire e rinunciare al proprio paese. I personaggi sono descritti in modo semplice ma convincente: in una stagione che ha esaltato tante figure femminili, Leila è una donna di enorme coraggio (ottimamente interpretata da Arienne Mandi), che vive in una realtà di islamismo di Stato in cui la libertà non è condizione assolutamente possibile; ma a differenza che in altri film qui c’è un uomo che la sostiene e la ama in un modo commovente, accettando ogni sua possibile decisione e pagandone le conseguenze. È ben raccontata anche la figura dell’allenatrice Maryam (interpretata dalla stessa regista), che anni prima aveva dovuto passare davanti alla stessa umiliazione senza avere lo stesso coraggio e forse lo stesso sostegno; e che ora deve decidere se sostenere fino in fondo la “sua” atleta o abbandonarla al suo destino per pavidità. E sono interessanti anche le figure delle funzionarie della Federazione mondiale di judo, che devono per statuto garantire la libertà delle atlete ed escludere dalle competizioni gli Stati che coartano la loro volontà, ma che devono anche muoversi sul filo di regolamenti e discrezionalità.
Pur perdendo qualcosa a livello di tensione nella parte finale, Tatami rimane un film bellissimo, molto moderno, che si ispira a una storia vera ma che utilizza anche il genere sportivo con le consuete chiavi di lettura metaforiche; come usa l’ambiente claustrofobico del palazzetto dello sport per esaltare il desiderio di fuga dalla prigione delle costrizioni e dei divieti imposti da un’ideologia assurda (come giustamente afferma Leila, non è nemmeno detto che lei e l’israeliana ci arrivino in finale: ma il Potere non usa la ragione). Un film da consigliare in particolare a chi punta il dito solo contro i problemi che esistono in Occidente – dove le contraddizioni non mancano, ma la libertà è un valore acquisito – senza voler guardare alle tragedie della condizione femminile, e dei diritti umani in genere, non solo in Iran ma in ogni paese dittatoriale.
Antonio Autieri
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