Anche solo a fare l’elenco degli improbabili soprannomi (Storm Shadow, Jinx, Firefly, Lady Jay, Snake Eyes, e via così…) dei protagonisti di questo sequel di cui non si sentiva proprio la mancanza (ma visti i buoni risultati al botteghino ci toccherà di sicuro un numero tre) si poteva tirare a indovinare la sua provenienza: fumetto di superoi o giocattolo Hasbro. Siamo sfortunati e come se non ci fossero bastati i robottoni conquista-mondi di Transformer e i modesti alieni dediti alle battaglie navali di Battleship, ecco di ritorno i super-soldati super-accessoriati ispirati ai modellini verdi che animano le battaglie dei bambini americani e non da oltre cinquanta anni. ,Avete presente quelli che compaiono anche in Toy Story? Ecco, le psicologie dei nostri valenti eroi non superano di molto quelle dei loro omologhi del cartone Pixar… La minaccia è sempre quella, i cattivoni della Cobra che evadono da un carcere di massima sicurezza praticamente devastandolo, prendono il posto del Presidente degli Stati Uniti, fanno fuori con un pretesto i loro storici nemici, e, tanto per cambiare, mirano alla conquista dell’universo mondo. La trama è un po’ un optional tra le numerose scene d’azione (tra cui mirabolanti scontri a suon di katana e arti marziali sulle pareti delle vette himalaiane) e comprende una (involontariamente) esilarante situazione in cui il cattivone che impersona il Presidente riunisce i leader delle potenze atomiche con la scusa di una conferenza sul disarmo e poi li sfida facendo partire tutti i suoi missili nucleari. Segue reazione immediata di tutti quanti gli altri e si sfiora la catastrofe. Alla fine a farne le spese è solo Londra, anche se quello che fa più casino nella stanza è il russo e quello bacchettato il nordcoreano. Nemmeno Il Dottor Stranamore era riuscito a fare tanto… Presumibilmente per allargare il target estero e strizzare l’occhio al pubblico in età a un certo punto entra in scena una ninja donna (“Jinx cugina di Storm Shadow”, e pure di fronte a questa presentazione scatta la risata) e un generale in pensione (ma mica tanto) che ha conosciuto Patton: è Bruce Willis, a metà tra le memorie di Die Hard e il recente Red (pure lì spie in pensione costrette al rientro in gioco).,Alla fine toccano a lui le scene migliori, tra un arsenale degno del Pentagono nascosto sotto gli utensili da cucina e dietro le camicie, e le punzecchiature con l’unica donna del team, che naturalmente ha un complesso da mancata stima paterna. Della back story tragica del ninja bianco a cattivo (la precisazione è d’obbligo: ce n’è anche uno buono, veste di nero e non si toglie mai il casco, di modo che potrebbe essere chiunque), che alla fine forse potrebbe cambiare campo perché con una spiegazione di venti secondi capisce che è stato imbrogliato fin da bambino, ci importa invece davvero poco, ma in qualche modo bisognava giustificare i giri per il mondo e qualche cambio di cast. Willis, come Jonathan Price nel doppio ruolo del buon presidente prigioniero e del clone cattivo, gigioneggia probabilmente pensando a cosa farà con il suo ricco ingaggio: gli altri menano le mani, pronunciano battute innocue che fanno poco ridere e sparano a qualunque cosa si muove. Ma da coraggiosi soldatini, che ci dovremmo aspettare? Mica sono Woody e Buzz Lightyear…,Laura Cotta Ramosino,