L’ultima fatica della coppia Jaoui-Bacri (autori e interpreti – e lei anche regista – di piccoli e brillanti capolavori come Il gusto degli altri e Così fan tutti, a suo tempo sceneggiatori anche del musicale Parole, parole, parole, oltre che di molti film purtroppo mai distribuiti in Italia) è una vivace e brillante variazione sul tema delle favole e del ruolo che hanno nella vita delle persone. Con un’inventiva e un gusto sopraffino, che suppliscono al piccolo budget, la coppia transalpina intreccia come al solito le vicende di molti personaggi che assumono di volta in volta i ruoli delle fiabe che tutti conosciamo e che, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare i nostri desideri e le nostre aspettative sulle vita. Come nel caso della ricca Laura, che ha tutto dalla vita ma è pronta a credere a una pseudo-veggente che le promette l’arrivo del principe azzurro… Che puntuale si presenta (proprio ad un ballo e opportunamente segnalato alla sua attenzione dal dito di una statua di angelo) nei panni di musicista povero che, novello Cenerentolo, perde una scarpa scappando per le scale. Peccato che poi, talvolta, la vita metta sulla tua strada anche il lupo cattivo, che può essere più affascinante del principe e farti dimenticare il grande amore…

I personaggi di Quando meno te lo aspetti, infatti, entrano ed escono dai ruoli delle fiabe, trasformandosi con disarmante leggerezza, continuamente scombinando le aspettative del pubblico e costringendolo a un gioco di decostruzione che però fortunatamente non è mai solo compiacimento formale. Il messaggio della Jaoui (che qui si ritaglia il ruolo di Marianne, zia di Laura: un’attrice fallita, recentemente divorziata, alle prese con i tentativi di una vita indipendente e una figlia piccola che reagisce al trauma della separazione dei genitori rifugiandosi in una ricerca religiosa che lascia spiazzati gli ateissimi genitori) è volutamente decostruzionista e post-moderno. Per la Jaoui, femminista convinta, le fiabe sono una bella cosa, soprattutto per i bambini, ma bisogna stare attenti a non lasciarsi passivamente influenzare, sperando che la vita riservi la felicità perfetta (il tradizionale “vissero felici e contenti”) e il destino sia sempre infallibilmente segnato. Insomma, il rischio è che questi racconti diventino una sorta di manuale di istruzioni pre-programmato cui si ricorre per affrontare le paure di una vita che si rivela crescendo assai complicata e mettersi ai ripari da errori e tradimenti. Anche perché, come dimostra la facilità con cui Laura si innamora e disinnamora, sentirsi la principessa o il principe delle fiabe non assicura affatto di essere immacolati e virtuosi come i propri archetipi e scambiare un lupo per un principe azzurro più interessante può costare molto caro… La salvezza sta, quindi, nel rifiuto categorico di ogni cosa che stia fuori dalla propria filosofia? Più facile a dirsi che a farsi… Può capitare infatti che una predizione vecchia di anni costringa a ripensamenti anche uno scettico e ateo inveterato come il burbero Pierre, che rifiuta di dare il bacio della buonanotte ai bambini e ci tiene a specificare che i morti rimangono al cimitero e non vanno né in cielo né in paradiso. Alla fine, per lui come per Marianne, si tratta di affrontare le proprie paure (quella della morte come quella di guidare), mentre altri conquisteranno l’età adulta mettendosi di fronte alle proprie mancanze e ai propri errori. Così se forse quello del “principe azzurro” e dell’amore romantico è un mito, mentre anche un amico si può tradire, in nome del successo e in modo altrettanto doloroso che un fidanzato, questo però non significa che non ci sia modo di essere felici in una maniera forse un po’ meno perfetta e “con qualche sbandamento”.

Una morale di sicuro attuale, che emerge leggera da questo gioco di destini incrociati, gestito con il solito immancabile brio dalla regista francese. Dispiace, però, che finisca un po’ arbitrariamente tra i “miti consolatori” dei bambini, da superare con l’età, insieme alle fiabe e alle superstizioni, anche il senso religioso. Alla Jaoui sfugge, almeno in parte, un aspetto: se la trasformazione delle fiabe in racconti dal lieto fine fin troppo consolatorio è il prodotto di un certo tipo di cultura, che detta modelli e ruoli e li sfrutta a fini consumistici, il bisogno di significato a cui anche queste narrazioni rispondono è qualcosa che nessuna sovrastruttura culturale può aver inculcato. E che, quindi, tanto meno potrà eliminare.

Laura Cotta Ramosino