Siamo a Napoli: un idraulico chiamato in una banca per una perdita, si aggira circospetto in un clima di tensione. L’idraulico ha il vizio del gioco e per recuperare denaro pensa di mettere insieme una banda che possa svaligiare il caveau. La banda si forma in maniera poco omogenea: oltre all’idraulico, parvenu dal crimine dallo sguardo obliquo, un ricettatore, un ex rapinatore cardiopatico che fa il fotografo, un ex pugile ridotto a fare incontri clandestini di boxe e un criminale violento e con una seria forma di depressione. I cinque si devono conoscere meglio, stanno insieme, poi fanno il colpo che in qualche modo riesce. Ma poi, quando si tratta di dividere i soldi, sparisce quello che li ha in consegna. Tornerà o sarà scappato? E quei pericolosi boss che si aggirano attorno al covo, hanno per caso fiutato il “business” e vogliono fare loro la festa?,Opera seconda di Guido Lombardi dopo l’ottimo esordio di Là-bas – Educazione criminale, Take Five mescola ispirazioni, citazioni, umori di varia provenienza, ma in un cocktail personale e convincente. Il titolo, che richiama un celebre brano jazz del Dave Brubeck Quartet, ci fa entrare in jam session di personalità, di storie e sottostorie, di flashback che ingarbugliano e svelano, con variazioni sul tema che stordiscono per bravura e stile anche grazie a un “concerto” di interpreti variegati come i loro personaggi. Ma sono tante anche le ispirazioni cinematografiche, da gangster movie come Giungla d’asfalto e I soliti sospetti ma soprattutto Le iene, con citazione evidente nel finale, a commedie come I soliti ignoti e Operazione San Gennaro.,Il tutto è però appunto miscelato con personalità e consapevolezza registica, rendendo il film godibile e teso, con un bel clima noir e a tratti persino western, qualche tocco geniale (la foto ricordo con le maschere di Pulcinella da usare per il colpo…), un susseguirsi di colpi di scena e doppi giochi che conducono a un finale a effetto. In ambienti malsani e pericolosi, dove tutti si devono guardare le spalle, si snoda una vicenda claustrofobica e ansiogena – pur con qualche momento di umorismo tagliente – che sfiora il cinismo nel rappresentare un mondo dove la fame di denaro e il disprezzo della vita la fanno da padroni; ma ben temperato da alcuni momenti “sentimentali”, di cui è depositario principale il fotografo cardiopatico con la faccia sofferta di Salvatore Striano. ,Pur con qualche difetto marginale, soprattutto nell’indugiare a volte su una ricercatezza stilistica di troppo o su scene fin troppo crude, Lombardi si conferma regista da tenere d’occhio e che speriamo abbia anche occasioni di cimentarsi anche con storie e mezzi maggiori (sempre che ne abbia la voglia). Tra le sue qualità, quelle di far rendere al massimo un gruppo di attori con i fiocchi (alcuni dei quali davvero con un passato criminale alle spalle): sarebbero da citare tutti, ma una notazione la meritano soprattutto, oltre al citato Striano, Peppe Lanzetta (il boss depresso) e Carmine Paternoster (l’idraulico, già apprezzato in una breve ma incisiva parte in L’intervallo) ma anche i “boss” Antonio Pennarella e Gianfranco Gallo. Tanti personaggi, tutti ben descritti con pochi e decisi tocchi, che rimangono impressi nello spettatore.,Antonio Autieri,