È un rapporto surreale quello che Theodore instaura con il sistema operativo Samantha, ma raccontato con una sensibilità tale da trasformarlo in un paradigma utile per parlare della vita di tutti i giorni. Il protagonista (interpretato da un ottimo Joaquin Phoenix in uno dei ruoli più difficili della sua carriera: costantemente in scena per tutta la durata del film, regge da solo continui dialoghi dove è l’unico ad essere inquadrato), è un single quarantenne in procinto di firmare le carte per il divorzio. Da quando è stato lasciato dalla moglie non ha più una relazione stabile e conduce una vita disillusa e asociale: mentre per lavoro scrive (anzi, detta al computer) lettere d’amore su commissione, esternando di fatto sentimenti per conto di chi non è in grado di esprimerli, la sua vita è caratterizzata dall’incapacità di trasmettere emozioni e dallo stabilire reali e solide relazioni umane. Tutto nella sua vita è filtrato dal rapporto con la tecnologia, che di fatto crea una sorta di realtà virtuale dentro la realtà: se per svagarsi passa ore alle prese con un videogioco fatto di ologrammi e motion capture, per il sesso ricorre alla chat (e alcune scene, pur stemperate dall’ironia, risultano paradossalmente fin troppo esplicite), con annessi imprevisti grotteschi. A parte il legame con una vecchia amica (Amy Adams, letteralmente in versione “ragazza della porta accanto”), gli unici momenti “veri” sono rappresentati dai ricordi felici e nostalgici della sua vita da sposato, dai quali emerge il suo netto cambiamento da uomo vivace e spensierato verso un’esistenza ombrosa e turbata. In questo contesto si instaura la sua relazione con il sistema OS1, un’intelligenza artificiale creata attraverso l’incrocio di personalità di migliaia di programmatori in grado però di evolversi grazie alle esperienze e quindi dotata di coscienza. L’iniziale diffidenza nei confronti di Samantha, il nome che lei stessa si è dato, si tramuta ben presto in fiducia fino a dar luogo a una relazione solida, l’unica reale della sua vita: mentre ogni tentativo di instaurare un rapporto con una donna va in fumo, con lei che è poco più che una voce (quella sublime di Scarlett Johansson nella versione originale, cui non rende giustizia il doppiaggio di Micaela Ramazzotti) gioca, si confida e si diverte, la porta al mare, in montagna e a cena con gli amici fino a raggiungere un’intimità quasi fisica che porta i due ad innamorarsi. Ma la loro idilliaca liaison, che passerà attraverso l’improbabile tentativo di dare a lei un corpo in carne e ossa, a litigi e incomprensioni come ogni altro rapporto, svelerà nel finale un suo lato inaspettato che porterà la coppia a drastiche decisioni.,Se tutto, dalla messa in scena alla regia, concorre per trasportare la storia in una dimensione lontana dalla realtà come la conosciamo (il film si svolge in una Los Angeles del futuro frutto dell’incrocio della città californiana con Shanghai, dove dominano le tinte pastello accompagnate da una malinconica partitura musicale), le dinamiche dei rapporti sono di quanto più realistico possa esserci, quasi a sottolineare l’imperitura immutabilità del cuore dell’uomo, con i suoi desideri e le sue sofferenze uguali in ogni epoca. Spike Jonze, autore di una filmografia concisa ma fuori dal comune (Essere John Malkovich, Il ladro di Orchidee, Nel Paese delle creature selvagge), ama contaminare storie all’apparenza normali con elementi fantastici. In questo caso il primo pregio del regista e sceneggiatore è quello di aver reso credibile e coinvolgente una storia d’amore così poco convenzionale (che ricorda a tratti il bellissimo Lars e una ragazza tutta sua), tanto da portare ad abbandonarsi alle dinamiche sentimentali dei due protagonisti quasi dimenticandosi che uno di essi è solo una voce. Ma soprattutto quello che potrebbe sembrare solamente uno stravagante excursus sulla tecnologia (verso la quale non c’è mai una critica netta, se mai la sottolineatura dei rischi dell’uso improprio ed eccessivo che l’uomo ne può fare), è invece un’opera sofisticata e complessa, forse non immediata nella forma, ma capace di rivolgersi a tutti quando parla dell’importanza di esternare i propri sentimenti e di condividere la propria vita con una persona con la quale crescere. Il rapporto con la tecnologia non è il fulcro del film ma diviene lo strumento per riflettere sull’uomo e sul suo desiderio di essere amato, della confusione che spesso gravita attorno a questo sentimento unico e della libertà che deriva da uno sguardo sulla realtà e sui rapporti privo di imposizioni ma incentrato sull’accettazione dell’altro per quello che è, unica via per sostenere gli inevitabili problemi connessi alla scelta di affrontare la bellissima sfida di condividere la vita con qualcuno. ,Pietro Sincich,