I gemelli Stack e Smoke – entrambi interpretati da Michael B. Jordan in un evidente gioco di specchi che richiama il doppio ruolo di Tom Hardy in Legend – sono due reduci di guerra che dopo aver combattuto nelle trincee europee della Prima guerra mondiale e aver fatto fortuna come gangster nella Chicago del proibizionismo, osano l’impensabile: rubano un carico di alcolici ad Al Capone e fuggono verso sud, tornando nella loro terra d’origine, il Mississippi. Il progetto che li anima è ambizioso e sovversivo: aprire un locale riservato esclusivamente ai neri, sul modello dei night club di Chicago, sfidando apertamente l’ordine segregazionista imposto dalle leggi di Jim Crow. Per farlo coinvolgono il giovane cugino Sammie (Miles Caton), chitarrista prodigio dalla voce quasi mistica, e il vecchio amico Cornbread (Omar Benson Miller), incaricato della sicurezza.
La sera dell’inaugurazione il locale esplode di vita. Tra gli invitati figurano la moglie di Stack, la sciamana Annie (Wunmi Mosaku) e Mary (Hailee Steinfeld), creola dal passato tormentato e antico amore di Smoke. A metà della serata però Smoke scopre che gli incassi sono stati per tre quarti pagati con i buoni delle piantagioni con cui i padroni pagano il lavoro dei braccianti neri sfruttati e quindi sostanzialmente inutili. Mentre i due fratelli discutono dei problemi finanziari la serata arriva al suo apice. I corpi si intrecciano tra danza e sesso, l’alcol scorre senza freni e l’esibizione di Preacherboy Sammie, accompagnato dall’armonica e dal pianoforte del veterano Delta Slim (Delroy Lindo), ipnotizza la sala. Tutto sembra perfetto, fino a quando alla porta si presentano tre misteriosi uomini bianchi che chiedono di entrare: da quel momento, il film cambia radicalmente registro.
Sicuramente I peccatori è il miglior film della carriera del regista Ryan Coogler, che aveva lanciato Michael B. Jordan in Creed nel 2015 e aveva lavorato ancora con lui nel 2018 in Black Panther. Il film è un mix davvero peculiare di generi: il blaxploitation si fonde con l’horror, il musical, il gangster movie e il pulp, creando davvero un mix esplosivo. A dare decisamente uno slancio e una profondità tutta particolare al film sono gli intermezzi musicali, curati e arrangiati da Ludwig Göransson, che fondono blues, country e suggestioni irlandesi, trasformando la musica in un vero e proprio motore narrativo: già in apertura del film una voce narrante racconta la leggenda del canto in grado di aprire la porta al mondo degli spiriti e attirare il male.
Il villain del film, Remmick, è interpretato magistralmente da Jack O’Connell, che nella versione in lingua originale da ampio sfogo al suo accento irlandese e ricorda molto da vicino il lunatico Paddy Mayne della serie SAS: rogue heroes personaggio che lo sta facendo diventare una macchietta virale. Uno dei momenti più iconici del film è una sorta di “danza macabra” in cui i dannati ballano e cantano “Rocky Road to Dublin” guidati proprio da Remmick.
La trama del film non è particolarmente originale, il soggetto ricorda molto (forse troppo) Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez. Entrambe le pellicole condividono un’anima pulp e una brusca virata verso l’horror, ma se il film di Rodriguez era un’esplosione di sangue e ironia grottesca, quasi caricaturale, l’opera di Coogler sceglie una strada più compatta e riflessiva. La cornice horror dell’attacco dei vampiri apre poi a riflessioni su temi importanti quali la libertà, i legami famigliari e il folklore, che procedono in sottofondo al ritmo caotico e forsennato della narrazione del film e gli conferiscono uno spessore inaspettato.
Quando il pastore ti vuole morigerato la domenica mattina a messa, quando il KKK, pur formalmente sciolto, usa la violenza per piegarti la testa e l’unico sfogo di una vita di fatiche, soprusi e lavoro può essere solo la fuga attraverso la musica e la trasgressione (alcolica e sessuale) la notte appartiene ai peccatori. Ma quando anche questa valvola di sfogo viene negata, quando persino la notte viene invasa dai vampiri, non resta che un’ultima scelta: impugnare il fucile e combattere davvero. Perché in Sinners i mostri si confondono e l’orrore diventa metafora estrema di una libertà che non può più essere rimandata.
In conclusione, per quanto il film sia stato un flop in Italia (poco più di un milione e mezzo di euro), I peccatori è sicuramente un film gradevole, nel suo essere immersivo e violento. La pellicola procede con un ritmo intenso e via via più frenetico fino all’epico combattimento finale, le cui scene sono realizzate con perizia, ed è capace di incollare lo spettatore alla poltrona per tutta la sua durata, il tutto accompagnato da una colonna sonora a dir poco perfetta e suggestiva da godere se possibile in lingua originale.
Candidato a 16 premi Oscar, nuovo record assoluto.
Luca Cova
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