Creed – Nato per combattere (Creed)
Usa 2015 – 133′
Genere: Drammatico/sportivo
Regia di: Ryan Coogler
Cast principale: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone
Tematiche: boxe, eroismo, famiglia, sacrificio
Target: sopra 11 anni

Il figlio di Apollo Creed vuole le orme del padre ma ha bisogno di un grande allenatore.

Recensione

Grande film, classicissimo nell’impostazione e carico di nostalgia e di affetto per la saga di Rocky e i suoi personaggi. È un’operazione, quella firmata dal bravo Ryan Coogler (Prossima fermata: Fruitvale Station) a metà tra il reboot e lo spin-off, un po’ sulla falsariga di quanto fatto da Abrams con Star Wars. Si parte subito in medias res: un ragazzino nero che si azzuffa con altri detenuti all’interno di un carcere minorile. Si scoprirà di lì a poco che non è un ragazzino qualsiasi, ma il figlio di Apollo Creed. Figlio reietto e abbandonato: è nato infatti da una relazione extraconiugale del grande campione. Ecco il primo dato, in piena continuità con gli episodi migliori del pugile italoamericano: la vita ti prende a pugni, sin da piccolino e non hai tempo di leccarti le ferite. Pare retorica ma non lo è, grazie a una sceneggiatura sobria e gentile firmata da Coogler assieme ad Aaron Covington che rielabora tutti i temi della saga classica (la boxe come metafora della vita, la riflessione sul dolore, la perdita e la vecchiaia, la durezza della vita, la capacità di sacrificio per l’altro) alla luce dei tempi cambiati. Così, il bravo Michael B. Jordan è un Creed perfetto: poche parole, tanta rabbia per le tante sconfitte fuori e dentro il ring (e la sequenza, semplicissima, in cui avviene il faccia a faccia tra lui e il vecchio Rocky, è un bel pezzo di cinema, commovente nella sua reticenza e sobrietà).
Ben diretto da un giovane regista che sa fare spettacolo ma anche lavorare sulle emozioni e sulle psicologie, Creed non sarebbe un grande film senza la presenza di Sylvester Stallone che si ritaglia addosso un vecchio Rocky acciaccato, autoironico, tutto rivolto al passato e senza più stimoli e che ritrova nel rapporto con il giovane figlio dell’antico avversario più di un motivo per tornare alla vita. Si dirà, tutto già visto e risaputo: eppure, il tocco di Coogler e l’interpretazione dell’intero cast evitano qualsiasi concessione a sentimentalismo, retorica sciatta e paternalismo. Anzi, l’atmosfera anni 70, la definizione senza ambiguità dei personaggi, la positività dell’intera storia che va letta innanzitutto come la riscoperta nel dolore e nelle ferite di un padre da parte di un figlio sono tutti elementi che stringono il cuore dello spettatore e lo portano a riscoprire e ad affezionarsi ancora di più a un ciclo di film non sempre di pari livello ma che hanno segnato almeno un paio di decenni. La riscoperta di un tempo che pare lontanissimo in cui gli eroi non avevano particolari poteri se non quello di soffrire, amare, cadere e rialzarsi.

Simone Fortunato