Difficile iniziare una recensione di Legend senza citare il ruolo di Tom Hardy: come già suggerito dalla promozione, il film poggia prevalentemente sull’interpretazione dell’attore inglese, il quale mette alla prova la sua versatilità cimentandosi nel doppio ruolo di Reginald e Ronald Kray.
Già in passato Hardy ha dimostrato di saper caricare sulle proprie spalle un intero film (ricordiamo lo straordinario Locke), e anche stavolta si confermano le sue capacità: aiutato da effetti speciali e montaggio, che gli permettono di “sdoppiarsi” nella stessa scena e dialogare con se stesso, l’attore ci regala due pittoreschi ritratti, simili nell’aspetto ma diversi nel carattere, ed è un piacere nella versione originale sentirlo padroneggiare la parlata cockney (il dialetto londinese), accentuandola o mitigandola a seconda che si tratti di Ronnie o Reggie.
Purtroppo però, non basta Tom Hardy a salvare un prodotto che, seppur apprezzabile nella “confezione” (scenografia, trucco, fotografia, musiche, i già citati effetti speciali e montaggio), nella sostanza si rivela molto approssimativo. La narratrice nel film è Frances, la giovane compagna di Reggie Kray, gangster sanguinario dietro una parvenza glamour, ma tutto sommato “equilibrato” se paragonato alla follia incontrollabile del gemello Ronnie. Partendo dalla nascita della storia d’amore tra Reggie e Frances, il racconto dell’ascesa e del declino dei Kray si sviluppa su diverse sottotrame, senza però approfondirne alcuna. I personaggi sono quasi totalmente privi di spessore (in particolare proprio Frances), per colpa di una narrazione superficiale ma anche di dialoghi poco credibili, che cercano goffamente di stupire il pubblico più che riflettere la psicologia di chi li pronuncia.
Nonostante l’apparenza di un “collante” costituito dalla voce fuori campo di Frances che accompagna le vicende, manca soprattutto una vera chiave di lettura del fenomeno criminale rappresentato dai gemelli Kray, assurto a “leggenda” ma qui mai analizzato a fondo. I Kray furono effettivamente delle celebrità a Londra, anche a causa dei loro rapporti stretti con lo star system e con la classe politica inglese del loro tempo, e tuttora circolano numerose storie sul loro conto. Sarebbe stato interessante indagare la vera natura di questi due criminali e i motivi della loro fama, per cercare di far emergere un profilo meno romanzato di quello che è stato consegnato alla Storia.
Al contrario, la sceneggiatura si concentra sull’enfasi umoristica dei tratti più “coloriti” dei due fratelli, per marcare le differenze tra i due e probabilmente sfruttare il più possibile il talento di Hardy. Di questa scelta risente in realtà anche l’interpretazione dell’attore, che nella parte dello schizofrenico Ronald è costretto a continue forzature macchiettistiche.
La doppia prova attoriale del protagonista resta comunque l’aspetto più interessante e riuscito del film (ma anche gli attori secondari si difendono bene, da David Thewlis a Taron Egerton, a Chazz Palminteri nel solito ruolo del mafioso italiano). Nella sua sostanziale mediocrità, Legend ha dunque almeno il merito di confermare Tom Hardy come uno degli interpreti più carismatici della sua generazione.

Maria Triberti