Esiste una città sempre in fermento, dove il cinema, passando sotto i portici infiniti e tra le alte cupole delle meravigliose chiese, dalla periferia al centro, lontano dalle passerelle di Venezia e dai riflettori di Cannes, arriva fino in Piazza Maggiore e unisce tutti, universitari e pensionati, borghesi e proletari, cinefili della prima ora e curiosi dell’ultimo minuto. La città è Bologna, il festival che la accende è il Festival del Cinema Ritrovato che, in una settimana (dal 24 giugno al 2 luglio 2023), riesce nell’impresa di unire sotto un’unica bandiera il cinema più spiccatamente autoriale europeo ed internazionale e quell’Italia cinematografica nazionalpopolare che in quest’edizione è incarnata – tra tutti – dalla personalità vulcanica di Anna Magnani, a cui è stata dedicata anche una straordinaria retrospettiva. Il festival, giunto quest’anno alla sua 37a edizione, si propone di offrire al suo pubblico pellicole restaurate sia dalla Cineteca di Bologna che da altre istituzioni sparse per il mondo, spaziando dal documentario all’arte contemporanea e toccando ogni genere e format.

Nell’ambito della retrospettiva sulla grande Anna Magnani spicca l’episodio di Siamo donne diretto da Luchino Visconti e proiettato nell’ambito di una mattinata all’insegna del cinema italiano. Protagonisti lo stesso regista milanese – con due episodi tratti da Siamo donne e da Boccaccio ‘70 – e l’episodio francese de I vinti di Michelangelo Antonioni, con il filo conduttore della sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico e con la straordinaria presenza in sala della figlia di Suso Cecchi, Caterina, che ha presentato la mattinata.

Tra le tante perle riproposte dal festival brilla particolarmente Il rito di Ingmar Bergman (1969), forse il meno famoso in assoluto tra i titoli della corposa filmografia del maestro svedese. A introdurre la proiezione del film è stato il regista svedese Stig Björkman, che ha sottolineato il ruolo chiave della pellicola per comprendere Bergman e la sua opera, nonostante lo stesso Ingmar per anni vi avesse posto un vero e proprio veto impedendo di fatto che questa venisse trasmessa sia sul piccolo che sul grande schermo. Il film, ad ogni modo, si profila come un piccolo ma luminoso contenitore dei grandi temi bergmaniani e nei tre protagonisti si articolano chiaramente le tre dimensioni della personalità del regista (razionalità, impulsività e inquietudine).

Ma l’importanza del festival è data anche dalla sua ecletticità e dalla capacità dei curatori di proporre volti noti del cinema sotto un’altra veste: è il caso dell’attrice e regista Lee Grant e del suo documentario Down and Out in America (1986), poco conosciuto nonostante l’Oscar vinto, ma che ha emozionato e a tratti commosso il pubblico in sala. Grant in un’ora di documentario distrugge il sogno americano, trasformandolo nell’incubo di un paese consapevolmente colpevole e senza possibilità di redenzione, che preferisce nascondere i suoi problemi piuttosto che affrontarli. Il suo viaggio inizia nelle aree rurali del Minnesota e si conclude a New York, passando per Los Angeles e descrive le conseguenze delle politiche economiche reaganiane limitandosi a mostrare la realtà e confidando nella facoltà di giudizio dello spettatore, senza l’accanimento egocentrico e ideologico del più noto e discusso collega Michael Moore.

Naturalmente anche il cinema di genere ha trovato il suo spazio nel corso dell’edizione, a cominciare dal cult a firma Jeong Chang-hwa, King Boxer (uscito in Italia con il tirolo Cinque dita di violenza, 1972). La pellicola, prodotta a Hong-Kong, fu insolitamente co-prodotta dalla Warner (che in realtà in quel momento aveva già realizzato una serie tv a tema kung fu di successo e aveva iniziato a lavorare con Bruce Lee) aprendo dunque il ciclo di film kung fu continuato in seguito da Jackie Chan e Bruce Lee che avrebbe poi sbancato i botteghini anche in occidente. A dimostrazione di questo successivo sviluppo, la pellicola racchiude tutte le caratteristiche del classico film di kung fu, con alcuni elementi (la colonna sonora in particolare) che strizzano l’occhio al mercato occidentale e ispireranno tanti registi, su tutti Quentin Tarantino che l’ha citato più volte come uno dei suoi film preferiti. Come spesso accade nel cinema di genere, l’artificiosità nella costruzione delle scene – in questo caso data dalla quantità di estensioni, rallentatori e carrellate ottiche che quasi sconcerta lo spettatore – determina, oltre che il ritmo, il valore stesso dell’opera. Nell’ambito del cinema di genere da segnalare anche Revenge of the Creature, horror sci-fi del 1955 a firma Jack Arnold, girato durante la cosiddetta “golden age” del 3D, che il pubblico del festival ha avuto l’occasione di vedere in tre dimensioni mettendosi nei panni degli spettatori di quasi 70 anni fa.

Tra le iniziative che hanno riscosso maggiore interesse da parte del pubblico ci sono state anche le masterclass di diverse personalità del cinema, tra cui leggende come Joe Dante e Wim Wenders, il regista svedese due volte Palma d´Oro a Cannes Ruben Ostlund e la fotografa e artista di fama internazionale Nan Goldin.

Al termine di ogni giornata di proiezioni, ad accompagnare i consueti spettacoli serali sparsi per i cinema della città, si accendono le luci di Piazza Maggiore, dove il Cinema Ritrovato si intreccia con Sotto le stelle del Cinema, iniziativa che prevede più di 50 sere estive di grande cinema nella piazza più famosa di Bologna.

Ma il Festival del Cinema Ritrovato non è solo cinema: è anche lo stare insieme e proprio, e in quest’ambito nasce il Mercato Ritrovato, dove gli agricoltori e i produttori di Bologna e dintorni propongono i loro prodotti ai visitatori del festival in uno spirito di convivialità tipicamente bolognese. Spirito colto splendidamente dal regista statunitense Jonathan Nossiter: Nossiter, tra l’altro oggetto di una bella retrospettiva (interessante Signs and Wonders come esempio dell’influenza oltreoceano del Dogma, gruppo di registi danesi negli anni 90 guidati da Lars Von Trier & C.), oltre ad essere regista è anche sommelier e agricoltore (si autodefinisce regista pentito) e ha offerto agli spettatori del suo film – e non solo – una degustazione di vini accompagnati dall’assaggio di pomodori coltivati da lui.

Giovanni Pesaresi