Gli svariati riconoscimenti ottenuti durante la 72ma Mostra del Cinema per L’infanzia di un capo sembravano aver aperto la strada a un nuovo enfant prodige quale Brady Corbet. Invece il suo nuovo Vox Lux, , stavolta nel concorso principale alla 75ma Mostra del Cinema di Venezia (che si concluderà l’8 settembre), non possiede purtroppo né la comunicatività né la prorompenza del suo primo film. È il 1999 e siamo invitati dalla sontuosa voce di un Willem Dafoe narratore ad assistere alla storia di Celeste, studentessa tredicenne dotata di grande carisma che sopravvive per miracolo ad un attentato compiuto da un suo compagno di classe nella cittadina di New Brighton. Una canzone composta dalla premurosa e protettiva sorella Eleanor e cantata da Celeste durante la veglia in omaggio alle vittime attira l’attenzione di un manager discografico (Jude Law), che trasforma Celeste in una rivelazione della musica pop. Dopo una precipitosa immissione nell’età adulta, rivediamo Celeste nel 2017 nelle vesti di una diva, trentenne distrutta e spaventata dal baratro di droga, alcool e traumi mai superati dentro i quali si è gettata a capofitto. Nella prima parte Corbet è capace di dare un taglio veramente originale a svariati aspetti di una storia di formazione complessa: con atmosfere cupe e musiche da horror le maglie più strette di un’angoscia esistenziale e del senso di colpa che diventano spinta violenta al successo si mescolano a tematiche di più ampio respiro, quali l’annuncio di un secolo e di una generazione vuota e violenta e la necessità di deificare se stessi o i propri beniamini per sopperire ad un divorante senso di perdita di sé. E tuttavia tale misurato “ritratto del XXI secolo” – come recita il sottotitolo del film – nella seconda ora si riduce ad un esercizio mal riuscito, precipitando nella convenzionale storia della pop star ribelle e schizofrenica, interpretata da una Natalie Portman veramente troppo sopra le righe: incapace di valorizzare il già inconsistente personaggio di Celeste adulta, non riesce a fornire un buon assist alla Celeste adolescente, a cui il volto della ben più efficace Raffey Cassidy si prestava. Tutto si sfalda, il tentativo di recuperare delle sotto-trame in riferimento al tragico evento iniziale è debole, così come la soluzione trovata per risolvere il problematico rapporto con la figlia e la sorella. Un vero peccato per una storia che per potenzialità narrative e attualità delle tematiche avrebbe potuto essere la migliore cosa vista in concorso in laguna quest’anno. (Maria Letizia Cilea)

Il terremoto implacabile distrugge paesi, case e famiglie. E anche Provvidenza, un paesino immaginario della Puglia, non è più vivo, anche se è vivo l’unico abitante Elia (Sergio Rubini). Evento Speciale Fuori Concorso, Il bene mio di Pippo Mezzapesa ha una forza fiabesca perché Elia, un barone rampante dei giorni nostri, non ha nessuna intenzione di scendere in città. Rita (Teresa Saponangelo) gli porta cibo e beni necessari, Gesualdo (Dino Abbrescia) è l’amico che trasporta turisti a vedere le rovine di Provvidenza. Ma c’è un luogo che Elia non riesce ad oltrepassare. E quel luogo nasconde Noor (Sonya Mellah), una sconosciuta illegale. La solitudine è foriera di malinconia, ma quella malinconia è l’unica ancora per Elia, che vive come un eremita, aggrappandosi al passato. Il bene mio gioca perfettamente tra incubi e irrealtà e riesce, grazie alla bravura degli interpreti, a giocare un giusto equilibrio tra sorrisi e nostalgia. (Emanuela Genovese)

È presente fuori concorso con due film anche Amos Gitai. Il primo, A Letter to a Friend in Gaza, è un cortometraggio di poco più di mezz’ora, una sorta di lettera-poesia inspirato al testo Pensa agli altri dello scrittore palestinese Mahmoud Darwish dove la lettura o la recitazione di questo e altri brani si alternano alle drammatiche immagini di un conflitto ancora acceso. Il secondo, A Tramway in Jerusalem, è concepita come una lunga situation comedy, ambientata, come si intuisce dal titolo, su un tram che attraversa Gerusalemme, la città delle tre religioni – cristianesimo, islam, ebraismo – da est a ovest. Il film è una raccolta di brevi scenette di vita quotidiana messe insieme per caso e spesso un po’ piatte, lo scorrere del tempo è scandito da un orologio digitale con numeri bianchi su un’inquadratura/schermo nera/o, ma il risultato è nel complesso stimolante. Alternando un registro comico a quello più serio, Gitai fa incrociare sul tram le esistenze di un’umanità variegata e restituisce attraverso i volti, le parole, le immagini e i dialoghi il suo chiaro punto di vista sullo scenario odierno della città israeliana, un luogo dove sicuramente non mancano i pregiudizi verso l’altro, ma dove è possibile convivere senza preoccuparsi troppo delle differenze di credo e cultura. (Marianna Ninni)

Sempre fuori concorso, un documentario ci ricorda che 80 anni fa Mussolini promulgava le leggi razziali in Italia. Gli ebrei, che si mescolavano perfettamente nel tessuto politico, sociale, economico italiano, diventano, in un solo colpo, una razza minore che rovina quella ariana e che va ghettizzata e perseguitata. 1938 Diversi di Giorgio Treves prova, attraverso interviste come quella della senatrice Liliana Segre insieme a storici e testimoni, a ripercorrere il perché dell’odio che scatenò quella persecuzione. Nella costruzione troppo didascalica del documentario, Treves ha il merito di mettere a fuoco un tema e di far riflettere, come a distanza di 80 anni, in Italia ci sia ancora paura dell’altro e del diverso. Tra gli attori che hanno prestato voci e volto anche Roberto Herlitzka e Stefania Rocca. (Maria Letizia Cilea)

Alle Giornate degli autori è passato in gara Ricordi?, secondo film di Valerio Mieli che debuttò proprio a Venezia ben nove anni fa con Dieci inverni. Qui il bravo Luca Marinelli e la meno nota ma efficace Linda Caridi sono due fidanzati che raccontano agli amici il loro primo incontro. Raccontato in modi diversi, non solo nei dettagli e nelle parole, ma proprio nel significato attribuito a quel fatto così importante da cui nacque la loro storia d’amore. È solo l’inizio: il film mostra  la loro storia, prima felice e poi tormentata (un po’ come nel primo film), ma anche il loro passato (l’infanzia, le rispettive famiglie, i rispettivi amori precedenti) attraverso situazioni visive continuamente deformate dalla percezione che ognuno dei due ha dato a ogni singolo istante. O, spesso, in base a cose che non si vogliono dire o si falsificano deliberatamente (e ci si mette in mezzo anche un “caro” amico di lui). Alla lunga il gioco diventa un po’ faticoso e meno intrigante. E se si apprezza l’ambizione e si riconoscono modelli “alti” come Se mi lasci ti cancello, alla fine ci rimane una strana sensazione di irrisolto, come in Dieci inverni. Che coincide anche con la “indeterminatezza” dei personaggi, ma non solo: per raccontare il caos, in genere occorre molto rigore… Ma il coraggio di Mieli è apprezzabile, senza dubbio. (Antonio Autieri)